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Tutto sul'imbroglio della combustione delle biomasse

tutto sull'imbroglio della

 impianti  gruppi

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MAPPA DEGLI IMPIANTI DI COMBUSTIONE DI BIOMASSE (SOLIDE E/O LIQUIDE) IN ITALIA
( Si considerano solo quelli con potenzialità superiore ad un MWe)

Legenda:
   **  operativo
   *   realizzato o in via di realizzazione
   +   proposto (poi vedere dalle note informative se autorizzato oppure in itinere)


*ENNA - in zona industriale Dittaino. L'impianto, la cui realizzazione è in corso, ha una potenzialità di 20 MWe e brucerà cippato di eucalipto raccolto dal consorzio Biomasse Sicilia che "dovrebbe" garantire la "filiera corta".

+VILLAROSA (CA) - uno dei siti ex Eridania soggetti a "riconversione" per i quali il POWER GROUP ( Gruppo Maccaferri) "rivendica" un impianto a combustione di biomasse.

+LIMBARA (OT). Proposto da SISTEMA AGROENERGETICI e da FORTORE ENERGIA SPA un impianto da 14 MWe che tratterebbe non solo biomasse vergini ma anche CDR.

**PORTOVESME (CA). presso il polo energetico dell'ENEL vengono bruciate biomasse vegetali anche provenienti dalla Catalogna per circa 70.000 tonnellate di trucioli all'anno.

*LAINO (CS). Da anni ENEL tenta di riconvertire una vecchia centrale elettrica posta all'interno del Parco del Pollino (ai confini tra Basilicata e Calabria) in centrale a combustione di biomasse con una potenza di 35 MW. Dal 2005 Comitati ed Associazioni, insieme ad un vasto movimento di cittadini, stanno battendosi contro questa ipotesi che al momento non sembra procedere.

+PANETTIERI (CS). Recentemente BIOENERGIA SPA ha proposto la realizzazione di una centrale a combustione di biomasse solide da 11,5 MW di potenza che tratterebbe circa 130.000 tonnellate/anno di legno cippato. Forte appare l'opposizione che si chiede da dove afferirebbe tutto questo legname visto che in Calabria grandi impianti già bruciano grandissimi quantitativi di legno cippato.

**ROSSANO CALABRO (CS) - il gassificatore GUASCOR, un impianto da 4,2 MWe che brucia 36000 tonnellate anno di sansa esausta.

**CUTRO (KR). Il gruppo Marcegaglia ha realizzato nel 2002 un impianto che brucia 150.000 tonnellate anno di legno cippato per una potenza di 16 MW. L'impianto dal 2003 è stato autorizzato a bruciare anche CDR, che però attualmente non viene conferito per le proteste della popolazione.

**STRONGOLI (KR). Il gruppo BIOMASSE ITALIA con al centro API ha attivato il più grande impianto di combustione di biomasse d'Europa che tratta legno cippato per un totale di 450.000 tonnellate anno! Esso ha una potenza di 40MW che lo pone tra i primi 10 impianti a livello mondiale.

**CROTONE. Anche qui è il gruppo BIOMASSE ITALIA che gestisce un impianto che brucia circa 150.000 tonnellate di cippato all'anno.

**RENDE (CS). Rilevando un impianto della SILVATEAM il GRUPPO ACTELIOS (del Gruppo FALK) ha un impianto che tratta oltre 150.000 tonnellate anno di biomasse forestali e sansa.

+CASARANO (LE). E' stato proposto dal GRUPPO ITALGEST un impianto di combustione di biomasse liquide dalla potenzialità di 25 MW. Forte e motivata è l'opposizione a questo impianto che attualmente è in fase di stallo.

+ALLISTE (LE). Anche in questo comune è stato proposto un impianto per olii vegetali da 10 MW da parte del Gruppo Polaris. Anche sulla base della evidenza di un surplus di proposte del genere in provincia di Lecce (almeno 10 di grande dimensioni) è stata chiesta una moratoria per questa tipologia di impianti.

+MARTIGNANO (LE). Anche in questo caso si prevede un impianto da 10 MW. Cambia il proponente rappresentato in questo caso da ENERGREEN.

+VEGLIE (LE). In questo caso la proposta riguarda un megaimpianto da 50 MW proposto da "OLII SALENTO".

+CAVALLINO (LE). L'impianto proposto da "TG ENERGIE RINNOVABILI" di Ravenna ha una potenzialità di 37 MW e tratterebbe biomasse liquide. Recentemente l'impianto è stato bocciato da provincia e Comuni. Ora si attende il pronunciamento definitivo della regione.

**MONOPOLI (LE). E' operativo da alcuni anni un impianto realizzato e in gestione da parte di ITAL GREEN ENERGY (del Gruppo Marseglia) con la potenza di 10 MWe. Esso brucia olii vegetali ed in parte biomasse solide.

**MASSAFRA (TA). Un impianto del GRUPPO MARCEGAGLIA partito come impianto a biomasse dal 2005 BRUCIA CDR per 94.000 tonnellate anno. Interessante notare che questo impianto ha seguito in parte il percorso dell'impianto di CUTRO in Calabria dove però nonostante autorizzato a bruciare CDR esso non l'ha potuto fare per l'opposizione della popolazione. L'inceneritore di Massafra ha ricevuto migliaia di tonnellate di rifiuti durante la "crisi di Napoli".

*CANOSA (BA). Impianto proposto e realizzato (ma non operativo) dalla potenzialità di 49,5 MW che tratterebbe olii vegetali anche da scarti organici. L'impianto è promosso dalla DITTA SOLVIC che gestisce rifiuti e che nel passato è stata condannata anche per aver trattato rifiuti senza le apposite autorizzazioni.

*MODUGNO (BA). Il Gruppo Marcegaglia ha costruito un impianto da 10 MW che dovrebbe bruciare 90.000 tonnellate anno di biomasse e CDR. L'impianto era stato sequestrato dalla Magistratura per violazione di vincoli paesaggistici e poi è stato recentemente BOCCIATO DALL'ARPA Pugliese. Ora il vasto movimento che si batte contro questo inceneritore a tutti gli effetti si aspetta una bocciatura definitiva da parte della Regione.

+MOLFETTA. Si vuole realizzare da parte del GRUPPO MARSEGLIA un impianto da ben 77 MWe per la combustione di olii vegetali (in primis olio di palma importato).

+TRANI (BAT). Il GRUPPO ENERGREEN ENERGY vuole realizzare una "centrale a biomasse" dalla potenza di oltre 70 MW bruciando olii combustibili (olio di palma, Jatropha, brassica, girasole, soia) per un quantitative previsto di 185 tonnellate/giorno.

+ANDRIA (BAT) . Incredibilmente a cinque chilometri si vuole realizzare un impianto fotocopia.

+BARLETTA (BAT). Qui si vuole realizzare un impianto più piccolo ma comunque non irrilevante per la potenza corrispondente di 7,9 MW.

+SAN FERDINANDO (BA). Viene proposto dalla ditta "ENERGIE VERDI TRINITAPOLI" di Trani un grosso impianto dalla potenza di 56 MWe che dovrebbe bruciare olii combustibili.

*MANFREDONIA. Il GRUPPO MARCEGAGLIA è stato autorizzato a bruciare nel proprio impianto recentemente costruito biomasse e rifiuti. Naturalmente Comitati e Associazioni si oppongono. Lo stesso Paul Connett ha tenuto conferenze a Cerignola (al confine con l'impianto) e a Manfredonia ma il Presidente della Giunta Regionale pugliese ha comunque autorizzato l'impianto.

A "CONSUNTIVO" DI QUESTO LUNGHISSIMO ELENCO DI IMPIANTI DI COMBUSTIONE REALIZZATI E/O PROPOSTI IN PUGLIA VIENE DA CHIEDERCI, SENZA GIRARCI TANTO INTORNO, LE "FABBRICHE" DI NICHI (VENDOLA) SONO "FABBRICHE DI DIOSSINA"? UNA RIFLESSIONE POLITICA A TUTTO TONDO SU QUELLO CHE AVVIENE IN PUGLIA NON PUO' ESSERE RIMOSSA.

**POZZILLI (IS). Qui nel '92 è stato realizzato un impianto da ENERGONUT che avrebbe dovuto bruciare gusci di noccioline. Dal 2008 ha invece cominciato a bruciare CDR per circa 95.000 tonnellate/anno. Recentemente è stato acquisito da VEOLIA ITALIA che ne ha rilevato una quota del 60%. La maggior parte del CDR bruciato proviene da fuori regione.

+MAFALDA (CB). La DAFIN SPA ha realizzato un impianto per la combustione di biomasse da 12 MWe. In seguito alla forte opposizione delle popolazioni il TAR ha bloccato nell'aprile 2010 il progetto.

+CELANO (AQ). Uno dei siti ex Eridania oggetto di un tentativo di "riconversione" a combustione di biomasse da "agricoltura dedicata"(coltivazione di piante oleaginose) da parte della PAWER CROP del gruppo Maccaferri.

*PIGNATARO MAGGIORE (CE). Questa centrale di cui sono iniziati i lavori ma non operativa, avrebbe dovuto trattare oltre 120.000 tonnellate di legno cippato. Nel febbraio 2009 per la vicenda legata all'impianto promosso dalla BIOPOWER di Caserta 23 persone sono finite in carcere. Trattasi di funzionari e politici rispettivamente di Regione e provincia. Il "sospetto" che in realtà l'impianto avrebbe dovuto trattare rifiuti (vista la evidente difficoltà nel reperire localmente la "biomasse") è stato alla base dell'apertura dell'inchiesta della magistratura.

**ACERRA (NA). Nell'ex stabilimento Montefibre è stata realizzata nel 2008 una CENTRALE AD OLIO COMBUSTIBILE (olio di palma proveniente dall'estero) per iniziativa di GREEN ENERGY SOLUTIONS. La potenza dell'impianto è di 74 MWe. Esso è posto proprio accanto al megainceneritore rendendo l'intera zona ad altissimo impatto sanitario ed ambientale.

**GUARCINO (FR). L'impianto realizzato in cartiera dal GRUPPO FINANZIARIO VALENTINI ha una potenza di 20,5 MWe e brucia olio di palma. Esso è partito proprio dal luglio 2010 nonostante una forte contestazione del Comune e dei comitati. Nel 2008 il TAR del Lazio aveva bloccato l'impianto.

+JESI (AN). All'interno dell'area EX ERIDANIA il Gruppo Maccaferri e API stanno da tempo spingendo per un impianto che dovrebbe bruciare circa 30.000 tonnellate di olii vegetali (in realtà olio di palma importato dal terzo mondo) per una potenza di 18 MWe. A seguito delle durissime contestazioni dei comitati e delle associazioni dei cittadini i proponenti sarebbero disponibili a ridurre la potenzialità dell'impianto ridimensionandolo a 5 MWe che comunque, oltre all'impatto ambientale prodotto continua ad essere privo di senso, come tutti gli impianti che trattano olio di palma.

+FERMO CAMPIGLIONE (FM). Anche qui nel polo ex Eridania-Sadam il GRUPPO MACCAFERRI attraverso POWER CROP SPA vuole realizzare un impianto che brucerebbe biomasse liquide e solide dalla potenza di 47 MW. A fronte della forte opposizione della popolazione (anche il professor Paul Connett è stato invitato a tenervi una partecipatissima conferenza) la GIUNTA PROVINCIALE DI FERMO ha recentemente approvato una delibera che mira a bloccare tutti gli impianti a biomasse superiori ad 1 MWe (cioè tutti gli impianti di grande e media taglia). Questo è senz'altro uno strumento amministrativo interessante che può essere utile anche in altri contesti provinciali.

+ORCIANO SCHIEPPE (PU). L'azienda WAFERZOO SRL vuole realizzare un impianto che tratterebbe 120.000 tonnellate di paglia (e di altri vegetali) necessariamente da "colture dedicate" visto l'enorme fabbisogno di un impianto da 23 MWe. La realizzazione di tali colture ha un impatto devastante sul territorio e sulla biodiversità perché impone coltivazioni intensive energivore ed inquinanti (per il massivo ricorso all'uso di pesticidi). Se poi consideriamo che tale impianto (come del resto tutti gli impianti inclusi nel presente elenco) produrrebbe solo energia elettrica DISSIPANDO TUTTO IL CALORE si capisce bene come questa tipologia impiantistica NON RIDUCE L'IMMISSIONE DI CO2 (anzi l'aumenta per effetto delle lavorazioni e dei trasporti) e rappresenta un evidente spreco energetico "compensato" (si fa per dire!) da emissioni inquinanti e pericolose per la salute (polveri e nanopolveri in primis). Questa battaglia che si protrae dal 2004, condotta con forza e lucidità dai COMITATI IN RETE rappresenta a nostro avviso una tra le più significative esperienze di motivato contrasto all'IMBROGLIO DELLA COMBUSTIONE DELLE BIOMASSE.

**TERNI Nell'area industriale Maratta è operativo un inceneritore da 300 tonnellate giorno che brucia rifiuti e biomasse. Il gestore EN.A è collegato all'ACEA DI ROMA.

+CASTIGLION FIORENTINO (AR). Un altro dei siti EX ERIDANIA- SADAM che il Gruppo Maccaferri attraverso la "sua" POWER CROP vuole riconvertire a biomasse. Si tratta di un impianto dalla potenza termica non ancora definita ma comunque compresa tra 23 e 50 MW. Esso dovrebbe trattare olii vegetali provenienti da "colture dedicate"sulla cui "bufala" abbiamo già prima detto. L'opposizione all'impianto da parte di associazioni e comitati è molto significativa ed intensa.

+LIVORNO. In zona portuale sono previsti BEN DUE IMPIANTI che tratterebbero olii vegetali importati dal terzo mondo. A preoccupare di più è senz'altro il primo progetto promosso dalla PORTO ENERGIA (composta per l'85% dalla compagnia portuali) che prevede la combustione di 103.000 tonnellate anno di olio (si parla di Jatropha e/o di olio di palma ma si "allude" anche a rifiuti speciali) il cui iter autorizzativo è assai avanzato (si prevede di realizzare l'impianto entro il 2012). I Comitati e la locale sezione di Medicina Democratica stanno mobilitandosi per bloccare l'impianto che produrrebbe altissime "dosi" di polveri (e nanopolveri) in un'area RITENUTA LA SECONDA PIU' INQUINATA (dopo Taranto) D'ITALIA. Tuttavia sull'area insiste anche un altro progetto che vede una partnership tra PORTO ENERGIA e la FEDER PETROLI GREEN ROAD presso la ex Carbonchimica. Tale progetto risulta in stasi forse in attesa delle successive mosse relative al progetto di cui prima.

+PISA. Presso la TESECO in area Ospedaletto dove si trova l'inceneritore di Pisa l'azienda vuole realizzare un impianto di combustione di biomasse da 2,5 Mwe. Pur non essendo un impianto di grande taglia (comunque non certo di taglia trascurabile) a preoccupare è il fatto di una azienda proponente come TESECO che tratta rifiuti pericolosi che già alla fine degli anni '90 aveva cercato di realizzare nello stabilimento un inceneneritore per rifiuti speciali e pericolosi.

+BAGNI DI LUCCA (LU). In località FORNOLI l'ALCE (facente parte del gruppo SILVATEAM molto attivo sul fronte della combustione delle biomasse) vuole realizzare un impianto di combustione di biomasse solide derivanti dalla estrazione del tannino dal legno di castagno e da altre biomasse (incluse le sanse esauste) per un totale di 150.000 tonnellate anno di "cippato" a basso potere calorifico. Il progetto "gemello" di uno analogo bocciato dalla Provincia di ASTI nel 2009 ha ricevuto invece il placet della provincia di Lucca. I Comitati e le Associazioni, però, non si sono dati per vinti ed hanno impugnato gli atti approvati.

+GALLICANO (LU). In questo comune della Valle del Serchio si è autorizzato un impianto da 1 MWe (circa) che però dovrebbe trattare 15000-18000 tonnellate anno di legno cippato. Ma a preoccupare ulteriormente è la contiguità con un impianto che produce CDR in "bricchette"a cui, con modifiche tecniche possibili, potrebbe divenire funzionale. Altra preoccupazione è relativa al moltiplicarsi di impianti a biomasse nell'intera valle (se ne contano BEN 16) a fronte di un'"OFFERTA" di cippato ben inferiore dalla domanda complessiva. Il pericolo che gli impianti di taglia maggiore (come l'impianto ALCE) finiscano per trattare rifiuti è purtroppo reale.

**SCARLINO (GR). Qui alla fine degli anni '90 venne realizzato il cosiddetto (eufemismo) COOGENERATORE DI SCARLINO (in località Casone) che iniziò a bruciare CDR e pulper di cartiera. In seguito alla lotta della popolazione la magistratura vietò all'impianto di bruciare rifiuti e fu costretto a bruciare biomasse per circa 137.000 tonnellate tra legno da filiera corta, olio vegetale, gusci di noccioline. Proprio recentemente la Provincia di Grosseto l'ha reinserito nel piano provinciale rifiuti autorizzandolo a bruciare rifiuti. Tuttavia la "partita" non appare chiusa perché Comitati ed associazioni a dispetto degli atti approvati stanno opponendo una forte resistenza anche con forme eclatanti. Il consiglio comunale del limitrofo comune di Follonica ha addirittura approvato all'unanimità UNA DELIBERA DI ADESIONE ALLA VERTENZA CONTRO I CIP 6 quale denuncia contro la truffa dei sussidi all'incenerimento dei rifiuti e delle biomasse.

*MASSA FINALESE (MO). Il sito occupato da ITALIA ZUCCHERI è stato riconvertito nel 2009 in impianto a combustione di sorgo da fibra che dovrebbe essere prodotto da filiera corta. L'impianto con una potenza di 12,5 MW oltre che da Italia Zuccheri è gestito da provincia e comune ed è sottoposto ad una sorta di sperimentazione per verificare la produttività agricola dell'operazione di cui ad oggi non risultano vantaggi economici diretti se non dalle "facili entrate" dei "certificati verdi".

**BANDO D'ARGENTA (FE). Il grande impianto tratta oltre 250.000 tonnellate di biomasse provenienti da colture dedicate, scarti agroforestali e legno cippato. La sua potenza da circa 20MWe qualifica questo impianto come primo del genere nel centro nord. Nel recente passato è stato al centro di denunce e sequestri per aver trattato rifiuti senza autorizzazione.

**FAENZA (RA). Qui dal 1983 opera una centrale a biomasse che DI FATTO E' UN INCENERITORE che tratta oltre 39.000 tonnellate tra scarti di vinacce, legno cippato, sovvalli e CDR. Essa ha una potenza elettrica di 3,2 MWe. E' in corso un progetto per portare l'impianto a trattare 120.000 tonnellate tra rifiuti e biomasse.

+RUSSI (RA). Anche questo è uno dei siti ex Eridania soggetti alla riconversione a combustione di biomasse da parte del gruppo MACCAFERRI ATTRAVERSO LA POWER CROP. Esso, al centro di una lunghissima battaglia condotta tra gli altri dalla Associazione il CLAN- DESTINO, dovrebbe trattare 288.000 tonnellate di biomasse da colture dedicate e da legname. Apprendiamo che non distante dalla zona a Montalceci è stato proposto un ulteriore impianto di gassificazione di piccola taglia (1MWe) che tratterebbe 10.000 tonnellate anno di biomasse che dimostra ancora una volta UNA PROLIFERAZIONE DI QUESTI IMPIANTI ASSOLUTAMENTE FUORI CONTROLLO.

+BORSEA (RO). Qui viene proposto un grande impianto per la combustione di olii vegetali da 31 MW di potenza che tratterebbe 50.000 tonnellate di olio verosimilmente di palma.

+CALTO (RO). Proposto un altro impianto da 13 MW per bruciare legno cippato. Altri minori vengono proposti anche a CANARO, BAGNOLO DI PO e a VILLANOVA DEL GHEBBIO.

+VENEZIA (sulla terraferma). L'azienda GRANDI MOLINI propone un impianto ad olio di palma da 27MW. Sempre sulla terraferma di Venezia la ditta BUNGE propone un altro impianto che brucerebbe residui di soia.

+LUGUGNANA (VE). SIGECO è stata autorizzata a realizzare un impianto a combustione di legno e scarti agricoli dalla potenza di 6 MWe.

+PORTOGRUARO (VE) La CEREAL DOCK che da 25 anni lavora semi di soia, grano e cereali in genere ha avuto l'autorizzazione (contro il parere del comune che oppone ricorsi al TAR) per un impianto a olii vegetali da 7,6 MW.

+VILLANOVA (VE). Ancora, estremamente prossima agli altri due impianti di cui sopra la ZIGNAGO POWER è stata autorizzata ad un impianto da 13,2 MW. Su tutti questi impianti seppure autorizzati pende l'opposizione delle popolazioni e del Comune che denuncia il proliferare incontrollato di tali impianti in assenza di un piano energetico regionale.

+GAZZO VERONESE (VR). Proposta di un impianto di combustione di paglia e stocchi di mais da 70.000 tonnellate anno per 10 MWe.

+CAMISANO VICENTINO (VI). Proposto impianto da 5MW che brucerebbe 10.000 tonnellate anno di olii vegetali.

+BORSO DEL GRAPPA (TV). Proposto impianto da 13 MW per la combustione di olio di palma. Nel luglio 2010 la Provincia di Treviso ha inibito l'apertura di questo impianto osteggiato anche dal comune.

**CASTELLAVAZZA (BL). Dal 1999 l'impianto CED con la potenza di 5,5 MWe brucia 60000 tonnellate anno tra legno trattato e legno vergine.

**OSPITALE DI CADORE (BL). Dal 1999 è operativo l'impianto SICET dalla potenza di bel 20 MWe che tratta 220.000 tonnellate anno di legno classificato come rifiuto speciale.

**MANZANO (UD). E' operativo un inceneritore da 2,5 MWe che brucia 21000 tonnellate tra legno trattato, CDR e plastiche da RD.

+UDINE (presso Azienda sanitaria). Viene prevista un impianto da 9,7 MWe alimentato per due terzi con olii vegetali.

*PONTEBBA (UD) ALPE ADRIA TRADE vuole realizzare un impianto che brucerebbe 150.000 tonnellate anno di legno cippato. L'azienda dal 2009 ha ricevuto l'AIA ma la costruzione dell'impianto non è ancora iniziata anche per la forte opposizione dei cittadini e delle Associazioni (Legambiente del FVG ha prodotto importanti ed utili documenti di critica all'intera "partita regionale" delle biomasse con una proliferazione di proposte di impianti pubblici e privati).

+SEDEGLIANO (UD). Viene proposto un impianto di combustione di 100.000 tonnellate anno di legno cippato.

+FAGAGNA (UD) GE.RI ENERGIA propone un impianto da 4 MWe (ridotto poi a 1 MWe) per bruciare olio di colza.

*SPILIMBERGO (UD). SPILIMBERGO BIOENERGIE ha iniziato i lavori per un impianto di combustione di legno cippato da 6MWe.

+MAGNANO IN RIVIERA (UD). IPEM ha presentato un progetto da 1,2 MWe per bruciare 15000 tonnellate di biomasse non ancora specificate.

+LENORIACCO (UD) ECOLOMB Società cooperativa Agricola propone un impianto da 1,4 MWe per bruciare legno cippato.

*GORIZIA. La multinazionale finlandese WARTSILA sta costruendo un impianto da 34 MWe alimentato ad olio di palma.

*STARANZANO (GO). B.O POWER ha iniziato i lavori per la costruzione di una grande centrale da 55 MWe che brucerà olio di palma di importazione dall'Indonesia, Malesia, Papua Nuova Guinea. Consumerà 137.000 tonnellate anno di olio vegetale corrispondenti alla coltivazione di 82.000 ha di piantagione. Per alimentare le due centrali ad olii vegetali di STARANZANO E DI GORIZIA occorrerebbero ben 280.000 ha di coltivazioni (considerando la necessità della rotazione). Il doppio della estensione della provincia di Gorizia e i due terzi dell'intero terreno coltivabile del FVG. ALLA FACCIA DELLA SOSTENIBITA' DI QUESTI IMPIANTI!

**CORNIGLIANO (GE). Le fonderie RIVA dal 2004 utilizzano olio di palma in sostituzione dei combustibili fossili. Ricordiamo per chi non lo sapesse che in seguito a questa cresciuta domanda di olio di palma oggetto delle incentivazioni a favore delle energie rinnovabili TALE OLIO VEGETALE RAPPRESENTA LA SECONDA VOCE DI IMPORTAZIONE DI BENI AGRICOLI PER L'ITALIA (dopo il grano e prima delle patate). Questa la dice lunga sull'impatto ambientale che questao sfruttamento incontrollato induce nei confronti del patrimonio naturale rappresentato dalle foreste primarie. Alla faccia della sostenibilità ambientale millantata nell'uso di questo combustibile dobbiamo constatare che dagli anni '90 l'Indonesia (uno dei principali paesi esportatori di olio di palma) ha raso 28 milioni di foresta pluviale per far posto ai palmeti. Se continua cosi' si calcola che in 15 anni oltre il 95% delle foreste di questo paese, custodi preziose di biodiversità, verrà distrutto. Questi dati impressionanti bastano a far capire quanta ipocrisia e "COLONIALISMO DI RITORNO" ci siano dietro la falsa affermazione di "sostenibilità ambientale" attribuita spesso alla combustione dell'olio di palma in primis.

+CAIRO MONTENOTTE (SV). La proposta per un impianto da 110.000 tonnellate anno di legname per una potenza elettrica di 12,5 MW ed una termica di 49 MW è stata dal 2007 approvata dal Comune. Tuttavia per la opposizione delle popolazioni che attraverso comitati ed associazioni hanno organizzato numerosi incontri, convegni ed assemblee, ad oggi i lavori di costruzione non sono ancora partiti.

**TERZIUOLO (CN). Qui esiste dal 2002 un impianto EDISON da 5,5 MWe che brucia fanghi da deinchiostrazione della cartiera Burgo e cippato da 95000 tonnellate anno.

**AIRASCA (TO). Impianto da 14,4 MWe che brucia 360 T/giorno di legno cippato, cortecce e paillets.

**CROVA (VC). Impianto IDROBLINS da 6,7 MWe che brucia 64000 tonnellate anno di lolla di riso miscelata con un 20% di legno cippato.

**LOMELLO (PV). Esiste dal 1992 l'impianto CURTI SRL da 6,7 MWe che brucia 42000 tonnellate anno di lolla di riso e cippato.

**LOMELLINA (PV). Dal 2000 esiste l'impianto CURTI SRL da 5 MWe che brucia 42000 tonnellate anno di lolla di riso e legno cippato.

**PAVIA. Per completare il quadro degli inceneritori (perché trattano rifiuti agroalimentari) a servizio del comparto produttivo del riso l'impianto SCOTTI ENERGIA che è operativo dal 2003 che brucia 80.000 tonnellate anno di biomasse costituite da lolla di riso (24000 t.) e 56000 tonnellate di cippato.

**CASTIRAGA VIDARDO (LO). Dal 2002 l'impianto COMEF da 3,6 MWe brucia 40000 tonnellate anno di biomasse costituite da cippato, legno da raccolte differenziate e scarto di pulper di cartiera.

COMMENTO
Questo elenco purtroppo non è da considerarsi esaustivo di tutti gli impianti proposti in Italia e forse, in alcuni casi, aggiornabile (ci scusiamo per eventuali informazioni errate).
INFATTI ASSISTIAMO AD UNA INCONTROLLATA PROLIFERAZIONE DI PROPOSTE.
In molte aree provinciali esse superano la decina (senza considerare le proposte di impianti di "piccola taglia" il cui numero complessivo è praticamente fuori controllo) in un contesto generale di mancanza più elementare di programmazione. Questo quadro DRAMMATICO è il prodotto del sistema di incentivazione della combustione delle biomasse che include l' incenerimento dei rifiuti.

IN BASE AGLI INCENTIVI RAPPRESENTATI DAI CERTIFICATI VERDI SI E' VENUTA COSI' FORMANDO UNA SORTA DI "BOLLA FINANZIARIA INQUINANTE" CHE STA SPINGENDO A DISMISURA QUESTI IMPIANTI A TUTTO DISCAPITO DELLO SVILUPPO DELLE FONTI DAVVERO PULITE DI ENERGIA RINNOVABILE, DISTORCENDONE IL MERCATO. I dati, aggiornati al 2008 parlano chiaro: IL TRATTAMENTO DI BIOMASSE ECONOMICAMENTE INCENTIVATO RIGUARDAVA PER IL 70% LA COMBUSTIONE DI BIOMASSE E RIFIUTI. Il resto, trattamenti di biogas e digestione anaerobica. Negli ultimi due anni la situazione si è ulteriormente sbilanciata A FAVORE DI IMPIANTI DI COMBUSTIONE DI GRANDE TAGLIA che non operano nemmeno recupero di calore (Vedi la denuncia stessa dell'Associazione di categoria FIPER). E QUESTA SPINTA FORSENNATA ALLA SPECULAZIONE E' SPINTA DA GRANDI GRUPPI INDUSTRIALI CHE SI SONO GETTATI ALL'INTERNO DI QUESTO "MERCATO ASSISTITO" COME MOSCHE SUL MIELE. DOVE, NELLA METAFORA, IL MIELE E' RAPPRESENTATO DALLE BOLLETTE ELETTRICHE PAGATE DA NOI CITTADINI E SPECIFICAMENTE ATTRAVERSO LA VOCE A3.

Anche dall'elenco di cui sopra si ricava nettamente la conferma che la combustione delle biomasse, nonostante sia la stessa UE a porla tra le "attività sostenibili", NON HA NIENTE A CHE FARE CON LA CATEGORIA DELLA SOSTENIBILITA', SOPRATTUTTO QUANDO SI FA RIFERIMENTO AD IMPIANTI DI GRANDE TAGLIA CHE PER DI PIU' NON RECUPERANO IL CALORE PRODOTTO. Lo scandalo dell' importazione di olio di palma che contribuisce alla DEFORESTAZIONE DEL PIANETA E' SOLO IL PIU' ECLATANTE MA NON L'UNICO. Anche quando strumentalmente i progetti fanno riferimento al ricorso a "COLTURE DEDICATE" di "filiera corta" ci si rende conto DELL'IMBROGLIO SOLO CONSIDERANDO ALCUNI ASPETTI. Non basterebbe tutta l'ITALIA per alimentare il crescente numero di impianti che dichiarano questo scopo [1]. E se questo scopo fosse raggiunto NON CI SAREBBERO QUASI PIU' AREE PER UNA AGRICOLTURA A FINI ALIMENTARI (ADDIO PRODOTTI DI QUALITA'!). A fronte di queste coltivazioni intensive (girasoli, colza, soia e piante oleaginose in genere), grandi quantità di pesticidi ed energia dovrebbero essere consumati mettendo in pericolo ambiente e biodiversità. Lo stesso bilancio relativo al preteso risparmio di CO2 va riconsiderato attraverso calcoli più rigorosi in grado di tener conto di tutto il ciclo di attività connesse alla produzione di questa filiera. Vedi la lettera di 80 scienziati inviata in agosto 2010 al Congresso USA (www.salvaleforeste.it). E questo non si riferisce solo alle BIOMASSE LIQUIDE (e alle "biomasse erbacee"). Esso vale anche per LE BIOMASSE SOLIDE. Sia ben chiaro, la nostra denuncia non riguarda "prioritariamente " i "piccoli impianti" che trattano scarti della pulizia dei boschi e limitate quantità di legno cippato per produrre calore ed energia elettrica, tanto più se in contesti montani in grado di utilizzare il calore quasi tutto l'anno (magari a fronte di un bilancio emissivo complessivo). Non a caso nell'elenco non abbiamo considerato gli impianti inferiori ad una potenza di 1 MWe (anche se questa "soglia" è da valutare, comunque, caso per caso e con prudenza: spesso anche questi impianti, oltre ad essere proposti in gran numero e frequentemente senza alcuna trasparenza, possono rappresentare un "carico ambientale aggiuntivo" inquinante). QUESTO NON VUOL DIRE PERO' RINUNCIARE AD UNA LOGICA ECOLOGICA SECONDO CUI, IN EPOCA DI DESERTIFICAZIONE CHE INTERESSA GRAN PARTE DEL BACINO DEL MEDITERRANEO E DEL NOSTRO PAESE (PUGLIA, SICILIA, SARDEGNA MA ANCHE LA STESSA PIANURA PADANA HA PERSO GRAN PARTE DELLA SUA FERTILITA') LA PRIORITA' NEL RECUPERO DELLA BIOMASSA DEVE ESSERE ORIENTATA AL COMPOSTAGGIO E AL RECUPERO DI MATERIA (esso, oltre a produrre concime in alternativa ai pesticidi fissa al terreno il carbonio evitando che questo venga rilasciato in atmosfera in forma di CO2).
E' quindi da ritenersi non certo "saggio" ed ecologicamente vantaggioso BRUCIARE BIOMASSE in un'epoca in cui si deve tendere oltre che a PERSEGUIRE LA STRATEGIA RIFIUTI ZERO ANCHE QUELLA DI EMISSIONI ZERO... e non solo di CO2. Dicevamo: la contrapposizione SENZA SE E SENZA MA E' INVECE CONTRO ANCHE GLI IMPIANTI DI GRANDE TAGLIA CHE BRUCIANO BIOMASSE SOLIDE. Per vari motivi.
Primo, perché quasi sempre recuperano (e non oltre il 20% e dintorni) solo energia elettrica (per "cuccare" i "generosi" certificati verdi...) sprecando il calore la cui produzione incide negativamente su possibili fenomeni microclimatici; secondo, perché già abbiamo detto DELLE ALTERNATIVE: tutti gli scarti agroindustriali possono o essere compostati e/o sottoposti a digestione anaerobica per "estrarre" energia pulita e produrre anche humus prezioso. Le stesse componenti cellulosiche costituite da ramaglie derivanti dalla pulizie dei boschi e il legno cippato costituiscono utilissimo materiale "strutturante" per i processi di compostaggio e per la realizzazione di biofiltri. Possono, inoltre, in quota minore se aggiunti a scarti organici, dar vita a processi di digestione anaerobica. Ma il legno dovrebbe essere utilizzato per produrre materiali da opera favorendo la bioedilizia anche attraverso la produzione di pannelli truciolati. Inoltre, ormai, si va estendendo la "frontiera" dei "nuovi materiali" prodotti da mix di fibre cellulosiche e di plastiche eterogenee provenienti da raccolte differenziate al fine di produrre "profilati" per realizzare arredi e manufatti. Al contrario assistiamo, allorquando vengono avanzati i progetti di combustione del "legno cippato", a dichiarazioni "fumose" circa la provenienza del legno il cui fabbisogno RISULTA SEMPRE SPROPORZIONATO RISPETTO ALLA EFFETTIVA OFFERTA TERRITORIALE. Evidente è in questo senso il caso della CALABRIA dove per bruciare tutto il legno richiesto dagli impianti attivi e in via di realizzazione occorrerebbe tutto il patrimonio agroforestale dell'Italia meridionale tra l'altro particolarmente prezioso per la "TENUTA" idrogeologica di cui il nostro Paese ha tanto bisogno.
Inoltre, un altro PERICOLO si collega alla realizzazione di questi grandi impianti che partono a "biomasse solide" (ma questo pericolo insiste anche nel caso di impianti a biomasse liquide): LA LORO GRADUALE TRASFORMAZIONE IN IMPIANTI DI INCENERIMENTO DI RIFIUTI. Non a caso nell'elenco vi sono numerosi impianti partiti a biomasse che ora TRATTANO RIFIUTI ED ANCHE CDR. Non solo il caso del "comparto del riso" (in Piemonte e Lombardia) e/o del mobile (Belluno) ma anche quelli DEGLI INCENERITORI MARCEGAGLIA NATI COME IMPIANTI A BIOMASSE ED AUTORIZZATI ( MASSAFRA, CUTRO, MANFREDONIA) A BRUCIARE RIFIUTI. Sono valutazioni economiche a spingere in questa direzione. All'inizio si tende a puntare sugli incentivi dei certificati verdi poi si vuole andar oltre INCAMERANDO LE ENTRATE DERIVANTI DAL CONFERIMENTO DEI RIFIUTI. Anzi, il Gruppo Marcegaglia, senza grande ipocrisia, è stato protagonista di una valutazione economica chiara secondo cui i soli proventi derivanti dai certificati verdi possono non BASTARE (E CERTAMENTE LA QUESTIONE SI PONE DOPO LA SCADENZA DEI 15 ANNI DI INCENTIVAZIONE) visto che l'acquisto del legno cippato (ma analoga questione si pone anche nel caso di acquisto delle "colture dedicate") presenta costi non irrilevanti cosi' come i costi di gestione (personale, manutenzione, smaltimenti, combustibili ausiliari, ammortamenti dei prestiti bancari ecc). ALLORA L'IMPERATIVO DIVENTA QUELLO DI "PROMUOVERSI"SUL MERCATO COME SMALTITORI DI RIFIUTI GARANTENDOSI SIGNIFICATIVI PREZZI DI CONFERIMENTO PER I RIFIUTI URBANI E/O SPECIALI TRATTATI. Abbiamo visto in altra documentazione che la normativa non consente al momento di rendere automaticamente valida la acquisita autorizzazione di bruciare "biomasse"anche per bruciare "biomasse da rifiuti industriali ed urbani"per la quale occorre sottoporsi a nuovo iter autorizzativo comunque sempre possibile (tanto l'impianto ormai c'è…). Tuttavia forzando le cosi' dette "procedure semplificate" (ex articoli 31 e 33 del decreto Ronchi), magari "contentandosi" di bruciare piccoli quantitativi di rifiuti per aggirare la VIA sono sempre possibili "colpi di scena"...specialmente quando in gioco ci sono MILIONI!

CONCLUSIONI: OCCORRE UNA "MORATORIA" SU QUESTA DEREGULATION (includente anche gli impianti da taglia minore), che si impone anche alla luce di nuove modalità di riconoscimento degli incentivi previsti dal recepimento della nuova direttiva europea 28/2008. Questo anche per evitare il perdurare di truffe come quelle dei CIP6 che hanno prodotto una "distorsione" anche del mercato e della "pari dignità" di tutte le "fonti di energia rinnovabile. OCCORRONO POI PIANI ENERGETICI REGIONALI E PROVINCIALI COGENTI comprendenti PUBBLICI CRITERI NELLE EVENTUALE AUTORIZZAZIONE DEGLI IMPIANTI (consentire solo quelli inferiori al MWe che trattano da "filiera corta"?) APRENDO UNA GRANDE CONSULTAZIONE POPOLARE SUI TERRITORI, VISTO CHE IN GIOCO CI SONO "BENI COMUNI" COME LA SALUTE E L'AMBIENTE.

a cura di Rossano Ercolini - Ambiente e Futuro

La presente "mappa" è stata realizzata anche grazie al contatto diretto con attivisti, comitati ed associazioni.
Per segnalare impianti superiori ad un MWe eventualmente non citati inviare mail a
indirizzo mail, in formato immagine anti-spam

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[1] Produttività per Ha

Girasole

0,8t/ha

Soia

0,375/ha

Colza

1t/ha

Olio di palma

t/ha

[2] Terreno agricolo necessario (in ettari) per alimentare una centrale da 55 MWe a olii combustibili da "colture dedicate" (filiera corta):
occorrerebbero 90.000 ha (una superficie coltivata "in modo dedicato" non riscontrata al 2006 nell'intera Regione Veneto). In realtà la superficie in questione va raddoppiata tenendo conto della necessità di rotazione delle colture.
" Per raggiungere le dimensioni di scala minime che giustifichino l'investimento...si ritiene indispensabile il ricorso ad olio vegetale di importazione" (dallo studio della Camera di Commercio di Padova del 2007 da cui sono tratti i dati di cui sopra).

[3] Dati relativi alla fattibilità economica di una centrale ad olio di palma:

Taglia

7,64 MWe

Ore funzionamento

7650 ore/anno

Produzione di Energia Elettrica

58448/KWh/anno

Quantità combustibile/anno

12.645 tonnellate

Prezzo combustibile

Euro450/t* (l'olio di palma costa adesso circa 530 Euro/t)

Costo impianto

10.335.000 euro

Durata in vita impianto

12 anni * (le ultime normative prevedono 15 anni)

Costi amministrazione/manutenzione

1.138. 283 Euro/anno

Costo medio capitale

7%

Costo cessione EE

Euro 190 MW* (nel 2010 i CV ammontano a 88,89)

Tasso interno di rendimento

18,43%

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tutto sull'imbroglio della

COMBUSTIONE DELLE BIOMASSE

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MAPPA DEI PRINCIPALI GRUPPI INDUSTRIALI
COINVOLTI NELLA REALIZZAZIONE DI IMPIANTI DI COMBUSTIONE DELLE BIOMASSE

GRUPPO SECI SPA della famiglia Maccaferri, attuale gruppo capofila della POWER GROUP di cui ha rilevato la quota del 50% appartenente al Gruppo ACTELIOS del Gruppo Falk impegnato nella operazione di "riconversione" degli EX ZUCCHERIFICI ERIDANIA di Celano (AQ), Russi (RA), Fermo (AN), Castiglion Fiorentino (AR) e Villasor (CA).
http://www.maccaferri.it/

BIOMASSE ITALIA (costituito da API detentore degli impianti di STRONGOLI e CROTONE. Il primo impianto è il più grande d'Europa e tratta circa 450.000 tonnellate/anno di biomasse.
http://www.biomasseitalia.it/

GRUPPO ACTELIOS facente capo al GRUPPO FALK. Esso detiene l'impianto di RENDE (CS).
http://www.actelios.it/
Oltre a questo impianto il gruppo gestisce gli inceneritori di TREZZO D'ADDA (MI) e di GRANAROLO (BO).
Co-fondatore del GRUPPO POWER GROUP insieme al GRUPPO SECI costituito per la grande "riconversione" a combustione di "colture dedicate" (girasoli, soia, colza) degli ex zuccherifici Eridania, ha recentemente ceduto la propria quota che ammontava al 50% di POWER CROP al GRUPPO SECI.

EUROENERGY GROUP del GRUPPO MARCEGAGLIA. Esso possiede gli impianti di CUTRO (KR), di MASSAFRA (nato per bruciare biomasse poi "riconvertito" a COMBUSTIONE DI RIFIUTI facente capo ad APPIA ENERGY http://www.appiaenergy.com/ ), di MANFREDONIA e di MODUGNO.
http://www.euroenergygroup.com/

MARSEGLIA GROUP (legato alla Casa Olearia spa) che ha realizzato un impianto per biomasse liquide e solide a MONOPOLI (BA) da un curriculum un po' complesso che balzo' alle cronache nella fine degli anni '90 per evasione fiscale.
http://www.marsegliagroup.com/

ITALGEST ENERGIA promotrice del progetto HELIANTOS di CASARANO (LE) con una partecipazione del gruppo ACTELIOS.
http://www.italgest.it/

SILVATEAM, multinazionale con diversi impianti in Italia (Mondovi, Fornoli di Bagni di Lucca, Lombardia). Essa è proponente dell'impianto ALCE di combustione di biomasse nella valle del Serchio nel comune di Bagni di Lucca. In questa zona tratta storicamente l'estrazione di tannino il cui legno di risulta verrebbe bruciato in una centrale da 150.000 tonnellate/anno. Altri progetti realizzati a Mondovi. Negli anni passati l'azienda aveva cercato di realizzare un impianto di combustione di biomasse a Castagnole delle Lanze (AT), poi bocciato dalla provincia.
http://www.silvateam.com/

VEOLIA ITALIA ha rilevato una quota del 60% dell'impianto ENERGONUT (http://www.energonut.it/) di POZZILLI (IS). Questo impianto, costruito nel 1992 come impianto che avrebbe dovuto bruciare gusci di noccioline, dopo il 2008 è partito per bruciare CDR.
http://www.veoliaes.it/

DAFIN SPA della famiglia D'AURIA. Il gruppo ha promosso il progetto MAFALDA di TERMOLI che dovrebbe bruciare vinacce, olii esausti di sanza e scarti agricoli.
http://www.dafinspa.it/

 

tutto sull'imbroglio della

COMBUSTIONE DELLE BIOMASSE

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riportiamo per intero il contributo del Prof. Federico Valerio, pubblicato a questo indirizzo

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Problematiche ambientali e sanitarie derivanti dall'uso di biomasse quali fonti di energia

Introduzione
     Nella letteratura scientifica internazionale si osserva un crescente interesse all'inquinamento dell'aria indotto dall'uso energetico di biomasse. Se nel biennio 1994-96 risultavano pubblicati solo 9 articoli con queste parole chiave, nel biennio 2004-2006 le pubblicazioni risultavano essere 101 e dal 2007 ad oggi gli articoli pubblicati che trattano questi argomenti sono già 131.
     Questo fatto è sicuramente legato al crescente interesse nell'uso di biomasse a scopo energetico, tradizionale nei paesi in via di sviluppo, ma in rapida crescita anche in paesi sviluppati (Svezia, Canada, Australia..) prevalentemente a causa dei costi più bassi, rispetto ai combustibili fossili. Pertanto gli studi più recenti riguardano l'impatto ambientale e sanitario derivante dall'uso energetico di biomasse in paesi sviluppati, dove le biomasse sono utilizzate sia per il riscaldamento domestico che per la produzione di energia elettrica e calore in impianti dedicati.
     La maggior parte di questi studi riguardano la Svezia, a causa della sua grande produzione di legname e del diffuso uso a scopi energetici degli scarti di questa attività.
     Ad esempio, lo studio condotto da P. Molnar [1] ha evidenziato che le famiglie svedesi che utilizzavano legna per il loro riscaldamento domestico avevano una maggiore esposizione personale a zinco, rame, piombo e manganese. Questo autore concludeva la necessità di studi più approfonditi per valutare l'effetto del fumo da legna sullo stato di salute della popolazione generale.
     Altri studi condotti su popolazioni esposte alle emissioni da combustione di biomasse in paesi avanzati evidenziavano effetti sull'asma e sulla funzionalità respiratoria [2]
     Un altro studio condotto in Svezia a firma di P. Gustafson [3] segnala che le famiglie svedesi che utilizzano legna, rispetto ai controlli, hanno una maggiore esposizione a benzene e 1-3 butadiene. Si tratta di due potenti cancerogeni riconosciuti pericolosi per la salute umana che caratterizzano le emissioni derivanti dalla combustione di biomasse. In base ai valori di esposizione l'autore giudica basso il rischio di cancro degli esposti, ma indubbiamente si tratta di una esposizione non desiderabile e certamente evitabile se si utilizzano altri combustibili.
     Uno studio condotto in Canada [4] evidenzia nelle donne di Montreal esposte ai prodotti di combustione di carbone e legna utilizzati a scopo domestico un significativo aumento di tumore polmonare che suggerisce, ancora una volta la necessità di chiarire il ruolo delle emissioni da combustione di biomasse nell'induzione di questa malattia.
     Peraltro, nostri studi condotti in Italia, nell'ambito dell'attività di ricerca dell'Istituto Nazionale Ricerca sul cancro di Genova, hanno evidenziato come, in due paesi appenninici dove l'uso della legna da ardere nelle stufe è diffuso, le concentrazioni di benzo(a)pirene nelle abitazioni che utilizzavano legna era tendenzialmente maggiore di quelle trovate in case che usavano il metano o il GPL come combustibile. Analoghi risultati sono stati ottenuti in abitazioni russe riscaldate a legna [5]. E il benzo(a)pirene e altri idrocarburi policiclici aromatici sono composti cancerogeni che notoriamente si producono durante le combustioni di biomasse.
     Misure condotte in trenta abitazioni austriache riscaldate al legna hanno riscontrato anche la presenza di diossine nei fumi emessi [6].
     Tutti questi studi, effettuati su impianti di riscaldamento a legna ad uso domestico, evidenziano un problema generale delle biomasse: la loro combustione produce, inevitabilmente, numerosi composti tossici e grandi quantità di polveri fini ed ultrafini.
     La combustione di legna e altre biomasse solide in impianti industriali ad alta efficienza termica e con adeguati trattamenti dei fumi riduce queste emissioni, ma non le annulla.

Impianti termoelettrici a biomasse
     Nel nostro Paese l'uso di biomasse per la produzione di elettricità è in forte espansione per gli ingenti incentivi dati a questa produzione, con il meccanismo dei certificati verdi.
     Motivo dell'incentivo, l'essere state incluse le biomasse tra le fonti energetiche rinnovabili ed una presunta riduzione delle emissioni di gas serra, se queste sono usate come combustibile.
     In linea di principio, l'uso energetico di biomasse ha un effetto neutro sulle emissioni di gas serra in quanto con la combustione si ri-immette in atmosfera anidride carbonica che durante la crescita le piante avevano assorbito dall'atmosfera e fissato sotto forma di cellulosa e altri composti organici ( lignina, amidi, zuccheri...) nei loro tessuti, ma il meccanismo dei certificati verdi, induce una pesante distorsione nel mercato con effetti contraddittori, rispetto all'obiettivo prefissato.
     I certificati verdi incentivano la produzione di elettricità dall'uso di biomasse, mentre non ci sono incentivi per i soli usi termici della legna (riscaldamento domestico ed industriale) e per il compostaggio delle biomasse ligno-cellulosiche, nonostante il fatto che queste due tecniche, in particolare il compostaggio, comportino una maggiore riduzione delle emissioni di gas serra, a parità di biomassa utilizzata.
     I dubbi che impianti termoelettrici alimentati a biomasse ottengano effettivamente il risultato di una riduzione delle emissioni di gas serra sono legittimi, specialmente quando, comne spesso avviene, nelle specifiche del progetto manchi un serio bilancio dei gas serra prodotti ed evitati.

I bilanci di gas serra
     A nostro avviso un progetto della centrale a biomasse, dovrebbe presentare una attenta analisi dei cicli di vita dell'impianto, con riferimento al bilancio dei gas serra, effettuato secondo consolidate procedure [7, 8]: emissioni di gas serra nelle fasi di coltivazione, raccolta e trasporto delle biomasse all'impianto; durante l'uso di combustibili fossili (metano?) previsti nelle fasi di avvio delle caldaie; nel pretrattamento e trasporto delle ceneri alla loro destinazione finale; nella costruzione e nello smaltimento dell'impianto e durante la bonifica dell'area, alla fine dell' esercizio dell'impianto.
     Nel bilancio dei gas serra correlato alla attività della centrale, dovrebbe essere anche conteggiato il carbonio presente nei residui delle attività agricole e non più interrato, secondo consolidate pratiche agronomiche (sovescio) atte a mantenere un adeguato e costante contenuto di humus (di carbonio) nel terreno agricolo. A favore della realizzazione dell'impianto, ovviamente, bisognerebbe conteggiare i gas serra risparmiati per evitato utilizzo di combustibili fossili per produrre elettricità, in base ai mix di fonti rinnovabili e non rinnovabili utilizzati in Italia per produrre energia elettrica.
     Occorre comunque sottolineare che l'assenza di forme di teleriscaldamento e di utilizzo del calore residuo alla produzione di elettricità, in alcuni progetti di impianti a biomasse fanno presumere, per questo particolare uso delle biomasse, rendimenti energetici (elettricità + calore) molto bassi.
     Il calcolo dell'energia utilizzata per la produzione, la raccolta e il trasporto delle biomasse all'impianto, dell'energia necessaria per trasportare le ceneri alla loro destinazione finale e per provvedere al loro eventuale smaltimento e per la dismissione finale, abbassa ulteriormente la stima dell'efficienza energetica di un impianto di produzione di elettricità alimentato a biomasse.

Impatto ambientale
     A fronte di un legittimo dubbio sul reale beneficio che l'entrata in esercizio di impiant a biomasse comporterebbero sulle sorti climatiche del Pianeta, gli studi sugli impatti ambientali indotti dalla combustione di biomasse in impianti industriali per la produzione di elettricità inducono grande cautela.
     A nostro avviso, non bisogna trascurare il fatto che le biomasse che saranno usate come combustibile, anche dopo depurazione dei fumi prodotti, provocheranno l'immissione nell'ambiente di quantità non trascurabili di numerosi macro e micro inquinanti (polveri sottili [9] ed ultra sottili, ossidi di azoto, idrocarburi policiclici aromatici [10], diossine..) con effetti potenzialmente pericolosi per la salute della popolazione esposta.
     E nel bilancio ambientale, occorre sommare anche le emissioni prodotte dal traffico pesante [11] indotto dall'entrata in funzione dell'impianto e parte integrante della attività dell'impianto stesso, ovvero tutti gli automezzi necessari per i conferimenti di biomasse e per il ritiro e lo smaltimento delle ceneri.
     Delle emissioni di polveri fini ed ultrafini [12, 13], di ossidi di azoto, di policiclici aromatici di diverse decine di mezzi pesanti al giorno, lungo tutto il percorso che giornalmente dovranno coprire, spesso non si trova traccia nei documenti autorizzativi.
     E spesso nulla si dice sul ruolo di queste emissioni prodotte dal traffico e di quelle della centrale, nella formazione di ozono e di polveri fini ed ultrafini di origine secondaria [13], ovvero inquinanti pericolosi che si formano in atmosfera, a distanza dalla fonte, per reazioni chimiche e fotochimiche degli inquinanti primari (ossidi di azoto, idrocarburi).
     In questo caso, riteniamo sia doveroso dare il giusto peso alla salute umana, rispetto alla salute dell'atmosfera del Pianeta e, secondo il nostro parere, non si può privilegiare (economicamente) un discutibile contenimento delle emissioni di gas serra, e un sicuro guadagno dell'impresa, se questa scelta aumenta i rischi sanitari della popolazione esposta.

Il bio-metano come fonte energetica da biomasse
     Ci sembra opportuno sottolineare il fatto che la combustione di un combustibile gassoso come il metano, a parità di energia elettrica e calore prodotto, produce molto meno inquinanti primari e secondari, rispetto alle biomasse solide; questo combustibile è esente da ceneri, non necessita di trasporto e quindi non induce inquinamento e possibili incidenti stradali, legati alla movimentazione di veicoli.
      E se il metano siberiano o libico è un combustibile fossile e come tale è opportuno ridurne l'uso, anche grazie ad una maggiore efficienza energetica di edifici ed industrie, il metano da fermentazione anaerobica di biomasse di scarto, comprese parte di quelle che si vogliono termovalorizzare nelle centrali a biomasse, potrebbe permettere un'efficace contenimento delle emissioni di gas serra, con un'impatto ambientale nettamente inferiore a quello indotto dall'uso come combustibile di gran parte delle biomasse solide che si vogliono bruciare nelle centrali termoelettriche.
     Molto interessante sarebbe la realizzazione di un impianto di fermentazione anaerobica, progettato secondo le migliori tecnologie disponibili, dimensionato al trattamento degli scarti agricoli e degli allevamenti di bestiame operanti in zona e se necessario anche al trattamento della frazione umida dei rifiuti urbani raccolti con sistemi Porta a Porta.
     Un impianto di questo tipo, finalizzato alla produzione di metano e alla conversione energetica di questo gas sia per gli autoconsumi dell'impianto, che per usi esterni (riscaldamento-raffreddamento, autotrazione, cogenerazione di elettricità e calore), potrebbe rendere energeticamente autosufficienti le aziende agricole che operano nell'area. Inoltre, un impianto per il trattamento aerobico dei fanghi prodotti dal digestore e di cippato di legno derivante da eventuali potature e dalla gestione dei vicini boschi, potrebbe chiudere il ciclo, con la produzione di compost di qualità, prodotto che troverebbe la sua naturale destinazione nelle stesse aziende agricole che alimentano il digestore. In questo caso, la costante segregazione nei terreni agricoli del carbonio organico sintetizzato dalle piante, nella forma di compost, darebbe un contributo alla riduzione dei gas serra nettamente maggiore di quello della semplice combustione delle stesse biomasse.

Compatibilità con l'attività agricola
     L'uso delle biomasse prodotte dalla filiera corta locale per alimentare un impianto integrato anaerobico-aerobico, con le caratteristiche descritte nel precedente paragrafo, sarebbe assolutamente funzionale alla produzione agricola di qualità, all'allevamento di bovini che spesso caratterizzano le aree circostanti gli impianti proposti.
     L'uso energetico del metano e del compost, nelle attività agro-alimentari, ridurrebbero i costi aziendali ma, fatto ancora più importante, tale scelta sarebbe assolutamente compatibile con auspicabili scelte di agricoltura biologica e di produzioni di prodotti DOC.
     La realizzazione di un sistema integrato, in grado di gestire con equilibrio, con un ridotto impatto ambientale, le risorse naturali del territorio potrebbe essere un efficace volano, anche promozionale, al nuovo modello di sviluppo agricolo che si sta realizzando in molte aree italiane.
     Tutti questi vantaggi, verrebbero meno con l'entrata in funzione di una centrale termoelettrica a biomasse, la cui progettazione e il cui dimensionamento è assolutamente avulso dalla realtà e dalla vocazione agro-alimentare del territorio che dovrebbe ospitarla.
     Nella progettazione spesso si ignora il fatto che gli inquinanti, immessi direttamente e indirettamente nell'ambiente dall'attività della centrale (in particolare ossidi di azoto e ozono) possono, in modo rilevante, ridurre la produzione agricola [14-16] e l'accumulo nell'ecosistema di composti persistenti (metalli, policiclici, diossine) [17] [18], prodotti dalla combustione, potrebbe essere incompatibile con gli obiettivi di una produzione agricola ed alimentare di alta qualità.
     Anche i consumi di acqua per il raffreddamento dell'impianto termoelettrico si metterebbero in concorrenza con l'uso agricolo di questa risorsa.

L'impatto ambientale delle centrali a biomasse
Per l'approvazione di una centrale a biomasse ci sembra insufficiente, come di solito si vede scritto nei documenti di presentazione, un semplice riferimento all'utilizzo delle migliori tecnologie disponibili; questo è un requisito obbligatorio per legge, per ottenere l'autorizzazione, ma che da solo non garantisce la salute dei cittadini esposti agli inquinanti, comunque prodotti ed immessi nell'ambiente.
     Un più corretto termine di riferimento per giustificare questa scelta, dovrebbe essere il confronto della qualità dell'aria, del suolo e delle acque, prima dell'entrata in funzione dell'impianto a biomasse, con stime della qualità delle stesse matrici ambientali, una volta che l'impianto proposto fosse realizzato.
     Questo confronto si deve fare con riferimento ai bilanci di massa (quantità di inquinanti immessi nell'ambiente su base annua), alle concentrazione nei recettori finali, ma anche al progressivo accumulo di inquinanti persistenti nel suolo e nei sedimenti.
     A riguardo, fondamentale è la stima del possibile progressivo bioaccumulo lungo la catena alimentare dei metalli tossici e dei composti organici persistenti presenti nelle emissioni, nel corso della vita operativa dell'impianto.
     Per approvare il nuovo impianto, con riferimento ai suoi possibili effetti sulla salute e sulla qualità dell'ambiente, sarebbe stato opportuno imporre questa condizione: con l'entrata in funzione dell'impianto a biomasse, la qualità dell'aria e delle diverse matrici ambientali interessate alle sue emissioni deve migliorare o per lo meno restare uguale a quella pre-esistente.
     Questi prerequisiti fanno esplicito riferimento alla Direttiva 96/62/CE sulla gestione e qualità dell'aria ambiente dei paesi dell'Unione che, all'Articolo 1 individua tra i suoi obiettivi quello di "mantenere la qualità dell'aria ambiente, laddove è buona, e migliorarla negli altri casi".
     Nel caso in esame, il miglioramento della qualità dell'aria nelle zone di potenziale impatto della centrale potrebbe essere possibile se, ad esempio, nel sito interessato le biomasse sostituissero un combustibile più inquinante, ad esempio olio pesante utilizzato in un impianto termoelettrico già esistente, oppure se l'impianto a biomasse sostituisse un impianto già esistente, meno efficiente dal punto di vista energetico.
      Un miglioramento sarebbe possibile qualora il recupero del calore prodotto dalla combustione delle biomasse possa permettere di spegnere numerose calderine per uso domestico, meglio se anch'esse a biomasse, o altri processi di combustione per uso industriale operanti in zona, con fattore di emissione superiori a quelle ottenibili con la combustione di biomasse.
     Il fatto che il nuovo impianto a biomasse non dovrebbe peggiorare la situazione ambientale esistente prima della sua realizzazione è una considerazione che, come già detto, oltre che essere in sintonia con le scelte della Unione Europea in tema di politiche di tutela dell'ambiente e della salute, è motivata dal fatto che, come già accennato, ai fini del risparmio energetico e della riduzione delle emissioni di gas serra non esiste solo la combustione di biomasse per la produzione di elettricità e di energia termica.
     Senza Certificati Verdi nessuno imprenditore privato farebbe questa scelta. La verità è che le biomasse sono un combustibile povero, economicamente ed energeticamente conveniente, senza sovvenzioni, solo nelle circostanze che si verificano in paesi come la Svezia, dove l'industria del legno produce grandi quantità di scarti e la morfologia del territorio permette il facile taglio e trasporto di questi materiali.
     Inoltre solo le condizioni climatiche di paesi come la Svezia rendono particolarmente economica la cogenerazione da biomasse, in quanto la contemporanea produzione di calore e di elettricità avviene per periodi ampiamente più lunghi di quelli necessari per i climi quali quelli del centro Italia.
     Come già affermato, l'uso di biomasse a scopo energetico presenta problemi di impatto ambientale tutt'altro che trascurabili.
     Oltre che alle emissioni di inquinanti convenzionali, quali ossido di carbonio, polveri totali sospese e ossidi di azoto [19] occorre porre attenzione, come già accennato, ad inquinanti meno convenzionali che si producono con la combustione di biomasse, polveri sottili, [19], formaldeide [20], benzene [21], idrocarburi policiclici aromatici [5], diossine [6, 22].
     E, nonostante le segnalazioni che ci vengono dalla letteratura scientifica spesso non si trova traccia, nelle autorizzazioni di centrali a biomasse, di limiti a specifici e pericolosi inquinanti certamente emessi dalla combustione delle biomasse quali benzene, formaldeide e butadiene.

Economie di scala e impatti ambientali
     Dal punto di vista dell'impatto ambientale, la scelta di privilegiare la combustione di biomasse per la produzione di elettricità pone un altro problema: l'economia di scala.
     Una centrale a biomasse, per poter produrre elettricità a costi confrontabili con quelli in uso in Europa, deve avere una potenza pari a 20 megawatt elettrici [23]. Ma a potenze installate maggiori corrispondono bilanci di massa proporzionalmente più elevati.
     Segnaliamo, che nei documenti relativi alla disponibilità di biomasse da filiere più o meno corrte, raramente si trova traccia degli effetti di questo continuo prelievo di biomasse, negli equilibri in micro e macro nutrienti dei terreni agricoli e forestali coinvolti.
     Valutazioni di tipo agronomico sottolineano la delicatezza di questo punto, sia per quanto riguarda la necessità che micronutrienti ritornino ai campi e ai boschi dai quali sono stati sottratti insieme alle biomasse, ma anche ai problemi che si potrebbero avere nel tempo se questa restituzione avvenisse con parte delle ceneri.
     Nei progetti spesso si afferma che le ceneri saranno inviate a cementifici, ma questa proposta quasi sempre è fatta senza alcun tipo di analisi a supporto di questa scelta, in particolare di quali sarebbero i cementifici disposti ad accettare tutte queste ceneri, in considerazione della grande offerta di questi scarti da centrali a carbone e inceneritori.

Le ceneri
     La gestione delle ceneri da biomasse non è un fatto banale. Questo argomento risulta trattato da diversi autori con riferimento al recupero, utilizzo e smaltimento delle ceneri che gli impianti a biomassa inevitabilmente produrranno [5, 19, 24], pari allo 0,5 -0,7 % in peso, rispetto alla quantità di materiale trattato, se viene bruciato legname essiccato, ma con percentuali più elevate, se sono usate biomasse come la paglia che lascia un residuo pari al 15,5% del peso della paglia bruciata, un valore nettamente superiore alle ceneri prodotte dal carbone (7%).
     Altro problema critico è il livello di tossicità delle ceneri ed in particolare delle ceneri volanti raccolte dagli impianti di depurazione dei fumi. Anche questo specifico argomento non ci sembra adeguatamente approfondito nelle relazioni fornite. Ricordiamo che il contenuto di cadmio, cromo, rame, piombo e mercurio delle ceneri volanti derivanti dalla combustione di legname (quercia, faggio, abete) è superiore a quella riscontrabile nelle ceneri volanti prodotte dalla combustione di carbone [24].
     Questo risultato segnala la necessità di non sottovalutare la possibilità che questi metalli tossici siano presenti nelle polveri leggere raccolte dai sistemi di filtrazione dell'aria. Questa evenienza, se verificata (e certamente da non escludere a priori) deve far scattare adeguate contromisure a tutela della salute dei lavoratori che dovranno provvedere allo smaltimento di queste polveri. E la possibile presenza di cadmio e mercurio nelle biomasse termovalorizzate, comporta anche la necessità di prevedere la loro presenza nelle emissioni gassose prodotte dalla loro combustione.
     Se la presenza di cadmio e mercurio nei fumi di una centrale a biomasse richiederà una verifica sperimentale, è certa la presenza negli stessi fumi di idrocarburi policiclici aromatici, diossine e furani.
     E a riguardo spesso, sia la società proponente che gli Enti pubblici di controllo, ignorano specifiche e subdole caratteristiche eco-tossiche di queste classi di composti: persistenza, bioaccumulo lungo la catena alimentare, effetti genotossici e, con riferimento a policiclici aromatici, diossine e furani, effetti di interferenza sul sistema endocrino.
     Queste caratteristiche, in sintesi, comportano il fatto che la pericolosità di questi composti non è dovuta alla loro concentrazione nell'aria inalata, ma alla concentrazione, destinata ad aumentare nel tempo, nelle diverse matrici ambientali presenti nella zona di deposizione e lungo la catena alimentare, fino al consumatore finale che, nel caso della specie umana, è la sua prole, nella fase di allattamento al seno.
     Il caso frequente della presenza di un' intensa attività agricola nel comprensorio potenzialmente interessato alle ricadute dei fumi della centrale, sottolinea la necessità di non sottovalutare questo problema.
     Purtroppo, le normative europee e nazionali non hanno ancora recepito le conoscenze della comunità scientifica internazionale che suggeriscono l'opportunità che le emissioni di composti organici persistenti e bioaccumulabili e metalli con analoghe caratteristiche tossicologiche, siano normati in base alla quantità complessiva di questi composti (da qualunque fonte emessa) che, annualmente, si deposita al suolo [25]. In questo caso, il valore fissato alle immissioni giornaliere dovrebbero essere tali da garantire che l'utilizzatore finale degli alimenti prodotti a partire da quel terreno contaminato, assuma una quantità di diossine inferiore alla dose che, oggi, le organizzazioni internazionali per la tutela della salute pubblica (OMS) giudicano tollerabile.
     Analoga considerazione si può fare per gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), composti riconosciuti come cancerogeni e distruttori del sistema endocrino.
     Diversi IPA tra quelli normati sono cancerogeni certi per l'uomo e la loro formazione è una caratteristica della combustione di ogni biomassa, a partire dalla combustione delle foglie di tabacco.
     Anche questa emissione sarebbe nettamente inferiore se, a parità di energia elettrica e termica prodotta, la centrale termoelettrica, al posto delle biomasse, utilizzasse come combustibile il bio-metano, nelle cui emissioni, a parità di energia prodotta, i policiclici aromatici cancerogeni sono presenti a concentrazioni nettamente inferiori.

Conclusioni
     Ci sembra utile concludere queste nostre osservazioni, citando a nostra volta le conclusioni di un recente studio svedese che ha messo a confronto diversi combustibili per impianti di teleriscaldamento (con produzione combinata di calore e elettricità), in base ad una analisi del ciclo di vita [26] che ha considerato sia gli aspetti energetici che quelli ambientali. Sono stati messi a confronto l'incenerimento di rifiuti, la combustione di biomassa e la combustione di metano. Le conclusioni sono che l'incenerimento dei rifiuti non è la migliore scelta e spesso è la peggiore se l'incenerimento (con teleriscaldamento) sostituisce il riciclaggio. Un impianto di cogenerazione a metano è una alternativa interessante e da preferire se l'elettricità prodotta è in sostituzione di elettricità prodotta da combustibili fossili, come avviene in Italia. Se il paese in esame fa un prevalente uso di fonti energetiche non fossili (nucleare, idroelettrico, solare, eolico) come la Svezia, l'uso energetico delle biomasse è da preferirsi al metano.
     Nostra conclusione pertanto è che l'inquinamento ambientale indotto dai tanti impianti a biomasse che si propongono in Italia, pur nel pieno rispetto delle norme vigenti, peggiora l'attuale qualità dell'aria dei territori che dovrebbero ospitarle, con le emissioni da camino e con quelle del traffico veicolare indotto (ossidi di azoto, polveri fini (PM10) ed ultra fini (PM2,5) e peggiora anche la qualità del suolo, e dei prodotti agricoli di questi stessi suoli, con le ricadute di composti organici persistenti (diossine, furani, idrocarburi policiclici) e probabilmente di metalli pesanti.
     I rischi sanitari indotti da questa contaminazione, per quanto piccoli possano essere stimati, non sono giustificati dai benefici collettivi indotti dalla realizzazione dell'impianto, il cui principale scopo è quello di massimizzare gli utili dei proponenti, in base agli attuali incentivi alla produzione di elettricità da biomasse.
     A nostro avviso è giustificata l'opposizione alla realizzazione di questi impianti sia da parte delle comunità interessate, sia, spesso dei loro rappresentanti, in quanto le centrali a biomasse proposte non sono assolutamente una scelta obbligata, né tantomeno una scelta strategica allo sviluppo del Paese. Molti dei problemi ambientali e sanitari indotti dal loro esercizio potrebbero essere evitati o fortemente ridotti, se al posto della combustione delle biomasse venisse realizzato un diverso impianto per la produzione di energia da biomasse (ad esempio trattamento anaerobico delle biomasse con produzione di biogas e compost), con una capacità di trattamento idonea alla produzione locale degli scarti agricoli e di allevamento e degli scarti biodegradabili dei rifiuti urbani, raccolti con una opportuna separazione alla fonte.

Dr. Federico Valerio
S.S. Chimica Ambientale
Istituto Nazionale Ricerca Cancro, Genova


BIBLIOGRAFIA
References

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tutto sull'imbroglio della

COMBUSTIONE DELLE BIOMASSE

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VALUTAZIONI ECONOMICHE ESSENZIALI SULLA COMBUSTIONE DELLE BIOMASSE ALLA BASE DEL "PIANO INCLINATO" CHE CONDUCE AD "IMPIANTI DI INCENERIMENTO SOTTO MENTITE SPOGLIE"

Come si calcolano i Certificati Verdi (CV)
In base alla legge finanziaria 2008, il calcolo dei certificati verdi avviene SOTTRAENDO AL PREZZO DI RIFERIMENTO (stabilito con l'articolo 2, comma 148 L..244/08) FISSATO IN 180 euro/MW IL VALORE MEDIO ANNUO DEL MWelettrico, stabilito entro il 31 gennaio di ogni anno con una delibera dell'AEEG (Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas).

Per esempio, il prezzo di OFFERTA DEL GSE (Gestore del Servizio Elettrico) per il 2010 è stato cosi' calcolato:

180 (valore di riferimento) - 67,18 (valore medio di cessione dell'energia elettrica) =
112,82 EURO/MW

A questo punto, tale valore deve essere moltiplicato per il COEFFICIENTE [1] relativo alla combustione delle biomasse, fissato in 1,3 oppure in 1,8 se trattasi di biomasse da filiera corta (diverse da rifiuti).
QUELLO CHE SI OTTIENE E' IL "PREZZO OFFERTA" operato dal GSE in caso di eccedenza di domanda. Ma nel caso concreto in cui vi è un'eccedenza di offerta il GSE GARANTISCE PER IL 2010 UN "VALORE DI RITIRO" DEI CV PARI A:
88, 91 EURO/MW

DA MOLTIPLICARE per il coefficiente di riferimento. Se consideriamo in concreto la combustione di biomasse non da filiera corta, si ottiene un PREZZO DI
115, 58 EURO/ MW

Questa è la cifra reale da considerare nel caso di una valutazione economica della resa di un impianto di combustione con una taglia superiore al MW (per gli impianti più piccoli è prevista una tariffa omnicomprensiva).


Se questo è il complicato meccanismo attraverso il quale comprendere il valore economico degli incentivi alla combustione delle biomasse (reso ancora più complicato dalla distinzione tra VALORE DI OFFERTA E VALORE DI RITIRO che in eccesso di offerta rappresenta la VERA RESA di un impianto del genere) si capisce che la pur cospicua resa dei certificati verdi, da sola, non è sempre sufficiente a garantire la TENUTA ECONOMICA di investimenti finalizzati alla realizzazione di impianti di GRANDE TAGLIA per la combustione delle biomasse.

Infatti un investimento del genere, se punta alla sola combustione di biomasse cosi' come definite dal DM 24/10/ 2005 (esclusivamente di origine agro forestale), deve fare i conti con diverse variabili.
La prima riguarda la ESTREMA INCERTEZZA del mercato dei CV, che pone le "banche finanziatrici" in situazioni di "estremo sospetto" nei confronti dei gruppi industriali richiedenti il finanziamento (in media nell'ordine di alcune decine di milioni).
La seconda riguarda i COSTI DI APPROVIGIONAMENTO DEL COMBUSTIBILE. Infatti occorre tener presente che il "legno cippato" o gli "olii vegetali" DEVONO ESSERE ACQUISTATI a prezzi stabiliti dai rispettivi mercati, che per esempio nel primo caso si aggirano a circa 60 euro/tonnellata (inclusivo di trasporto). A questo punto divengono importanti altre variabili: il potere calorifico del combustibile e la resa energetica dell'impianto termoelettrico, che nel caso di mancato recupero di calore ( quasi sempre assente negli impianti di grande taglia) arriva a superare di ben poco il 20%.
Per fare un esempio, se un impianto tratta legno in chips con un tenore di umidità del 50% (legno non essiccato) e con un conseguente potere calorifico di circa 2000 Kcal, si può stimare che per produrre UN CHILOVATTORA DI ENERGIA ELETTRICA ( 1Kwh= 860 kcal) OCCORRONO POCO MENO DI DUE KG DI LEGNA. Continuando nell'esempio occorrono allora circa 115 euro per produrre un Mwh, a fronte di 115,58 (garantiti per il 2010) dagli incentivi. E' vero che l'impianto può contare ancora sulla vendita diretta dell'energia messa in rete (al netto degli autoconsumi più o meno pari a circa il 12% dell'energia prodotta) che per il 2010 è scesa a circa 65 euro/Mwh, ma nello stesso tempo occorre considerare gli elevati COSTI DI GESTIONE costituiti dal personale, dalle manutenzioni, dallo smaltimento delle ceneri ecc, nonché i costi di ammortamento degli investimenti pari a circa il 10% annuo. Anche se consideriamo altre tipologie di combustibili quali gli olii vegetali (olio di palma, olio di girasole o di soia), dobbiamo considerare costi paragonabili a quelli sopra stimati.

Per esempio, consideriamo ora la combustione dell'olio di palma:

Costo olio di palma 530 euro/tonnellata
260 grammi per produrre 1 KWe
4 Kwe da 1 Kg di olio
Ricavo (con CVx K di 1,3) = 0,46 euro Kg
Spese 0,53 euro Kg = - 0,07 euro K [2]

CONCLUSIONI
Un impianto di grossa taglia, pur potendo contare sui generosi incentivi garantiti attraverso i CV, non è destinato a "sorreggersi" sul mercato nemmeno per i 15 anni durante i quali può incamerare le incentivazioni (e in ogni caso questi sono impianti a termine!) se tratta esclusivamente combustibili da acquistare.
ESSO DIVIENE FONTE DI PROFITTI CERTI SOLO SE RIESCE A TRATTARE "COMBUSTIBILE" PER IL QUALE E' CHI CONFERISCE ALL'IMPIANTO A DOVER PAGARE, E QUESTA CONDIZIONE SI AVVERA SOLO SE L'IMPIANTO PUO' BRUCIARE RIFIUTI.
ECCO PERCHE' GLI IMPIANTI DI COMBUSTIONE DELLE BIOMASSE VENGONO SEMPRE PROPOSTI COME "CENTRALI A LEGNA" O "CENTRALI AD OLII COMBUSTIBILI" MA IN SEGUITO DIVENTANO INCENERITORI DI RIFIUTI O INDUSTRIALI O DA RSU (il "caso" dell'inceneritore di MASSAFRA (Ta) di proprietà MARCEGAGLIA E' EMBLEMATICO!).
ANCHE SULLA BASE DI CIO' SI FONDA " L'IMBROGLIO DELLA COMBUSTIONE DELLE BIOMASSE".


a cura di Rossano Ercolini

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[1] la tabella 2 allegata alla Legge Finanziaria 2008 cosi' come modificata dalla Legge 23/07/ 2009 numero 99

1 - EOLICO ON SHORE

K 1,00

1 bis - EOLICO OFF SHORE

K 1,50

3 - GEOTERMIA

K 0,90

4 - MOTO ONDOSO E MAREMOTRICE

K 1,80

5 - IDRAULICA

K 1,00

6 - RIFIUTI BIODEGRADABILI, BIOMASSE DIVERSE DA QUELLE AL PUNTO SUCCESSIVO

K 1,30

7 - BIOMASSE E BIOGAS DA PRODOTTI AGRO FORESTALI (da filiera corta)

K 1,80

8 - GAS DI DISCARICA E GAS DERIVATI DA PROCESSI DI DEPURAZIONE...

K 0,80

[2] senza considerare sia i ricavi derivanti dalla vendita diretta di EE immessa in rete a prezzo di mercato (anche "dedicato") ma anche senza considerare i costi di gestione dell'impianto.

 

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