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COMMENTI RELATIVI ALLA SITUAZIONE
POLITICA ITALIANA
Trauchbergstr. 6 81539 München Tel: 08969359185 Telefonino: 017628158661 e-mail: mtrapanaro@t-online.de
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-----Original-Nachricht-----
Subject: Re: allego intervento di Fassino (un pragmatico) di pochi minuti fa
Date: Tue, 05 Jul 2011 23:22:25 +0200
From: "mtrapanaro@t-online.de" <mtrapanaro@t-online.de>
To: "antonio marraffa" <marraffa@gmx.de>, "Colonnella" <colonnella@t-online.de>
Cc: tannino@tannino.de, "Cianelli Fiorenzo" <fiorenzocianelli@gmx.de>, "Paolo Gatti" <pagattolo@hotmail.de>, ecolonnella@epo.org, Sandra.Cartacci@t-online.de, "Giulio Bailetti" <giulio_bailetti@gmx.de>
Caro Antonio,
della democrazia partecipativa, di un popolo che sta al centro decisionale, che i partiti e quindi il parlamento dovrebbero avere soltanto un rapporto di coordinazione fungemdo da cinghia di trasmissione tra questi e il popolo stesso, non sono assolutamente delle novità perché a parlarne per primo fu il PCI. Il quale, democratizzando una parte consistente della popolazione (le masse, si diceva allora) formatasi sotto il regime clericofascista democristiano, indicava nella partecipazione nelle sezioni di partito e nelle camere del lavoro il punto cruciale per decidere sulla gestione della comunità: il partito quindi agiva in subordine dei bisogni di base. Oggi, c'è la stessa partecipazione di allora con la differenza palese di uno svuotamento di significato e della percezione più che fondata di essere non solo strumentalizzati ma persino beffati dai partiti di governo che sono più o meno gli stessi ad occupare il potere politico-economico sin dal dopoguerra: prima c'era la DC e più tardi il PSI di Craxi, oggi abbiamo il PDL e la Lega! Cosa è stato fatto dalla destra se non difendere gli interessi di potere di Berlusconi e della sua casta composta da mille cricche e faccendieri come Bisignani che razionalizzava la gestione e spartizione del potere medesimo. Quanto al resto, è sotto gli occhi di tutti: ritardo infrastrutturale, scarsità di ricerca e formazione. Ciò fa sì che il sistema nel complesso si cristalizzi diventando incapace di competere nel mondo della globalizzazione del mercato. Per questa ragione c'è bisogno, anche perchè può essere fattore di crescita in una fase di grave crisi mai avuta prima, di riconvertire il sistema industriale italiano in uno postcapitalista, fondato non tanto e solo sull'industra di cui ci sarà sempre bisogno, ma anche e sopratutto sull'alta tecnologia (la new economy ancora relativamente marginale), i servizi e la ricerca delle energie rinnovabili per rifondare una politica di difesa dell'ambiente e del territorio devastato dall'abusivismo edile e fragile idrogeologicamente. Un buon risultato è stato già ottenuto con il referendum che nega il ritorno al nucleare, ma ciò non basta se oltre a non fare ricerca e convincersi che la scienza al servizio del capitalismo può far progredire le condizioni di esistenza di ciascuno, non ci si preoccupi del ritardo infrastrutturale. Per questo, la costruzione del tunnel in val di Susa può essere un segnale in tale direzione e un richiamo agli oppositori: la natura non si può oggi concepirla romanticamente o alla francescana, come nell'epoca contadina e preindustriale, considerando un intervento utile alla comunità del luogo e della comunità nazionale come una sorta di sacrilegio.
Saluti. Michele
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| loiudice@infogrottole.it | ^^ |
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Se già Leopardi, perplesso,
si chiedeva perché gli italiani fossero diversi dagli altri popoli
occidentali, allora é evidente che i problemi dell'Italia odierna hanno
origini ben lontane e, al momento, non esiste nè da parte dei politici nè
da parte degli intellettuali la capacitá di capirne le cause per rimuoverle.
Ciò perchè, in definitiva, viene ancora a mancarne la consapevolezza e
quando talora ci si avvicina è trasformata in tabù, in una sorta di
inaccessibile fortezza che non si ha il coraggio di assaltare per paura
della propria incolumità. Espugnandola, infatti, si metterebbero a nudo le
proprie contraddizioni e, sopratutto, il senso autodistruttivo
dell'ideologia totalitaria e onnicomprensiva dell'umanesimo cattolico di cui
un pò tutti, dalla destra alla sinistra, sono formati. Questo avventurarsi
nell'incognito terrorizza la classe dirigente italiana col fariseismo dei
suoi politici e l'ignavia e la viltá degli intellettuali. Per costoro, pur
di sopravvivere a se stessi invece di operare per trasformare culturalmente
la popolazione, giova di più fingere sulle cause dell'anomalia italiana
dandone un significato distorto di contingenza politica. Riescono perciò a
rifuggire alla ingenerositá della Storia per il fatalismo di cui è imbevuta
la loro coscienza cloroformizzata da centinaia d'anni e tenuta in auge per
fossilizzare le istanze di innovazione che pur esistono in seno alla
popolazione. Quì risiedono le chiavi di lettura dell'ingessatura del sistema
capitalista italiano e le forme reazionarie e, talvolta, bigotte
dell'Italia. Già Gramsci vi dovette avere a che a fare nell'analisi sugli
intellettuali italiani a causa del loro trasformismo e l'indifferenza nel
prendere di petto la situazione per veicolarla sulla strada del
progresso, ma che invece avrebbero consegnato le sorti del paese nelle mani
di lì a poco insaguinate del regime fascista.
Michele
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01/11/09 11:17:00 pm |
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10/01/2008
Non è il caso di lasciarsi prendere dalla "tragedia" (come é stata definita da Napolitano) che in questi giorni si consuma dietro la montagna di rifiuti in cui é seppellita parte della periferia napoletana e, in ultima analisi, l'immagine stessa dell'Italia nel mondo. La ragione non è psicologica, perché davanti a questo problema è da miopi rincuorarsi ridimensionandone la gravitá, ma prima ancora che politica è una ragione storico-culturale. Infatti, il tasso di crescita dell'Italia, che pure é da prendere in considerazione rispetto al periodo di stagnazione di qualche anno fa, non a caso è il più basso dei più importanti paesi industrializzati e non ci si deve neppure stupire se la reazione della classe dirigente è disperata, nonostante l'apparente serenitá del governo e l'intraprendenza di Bersani nel muoversi a testa bassa in un ambiente avverso e sordo ai richiami etici del "bene comune". Ciò accade poichè l'Italia è un paese "anomalo" rispetto alla "filosofia" del capitalismo postindustriale e alla globalizzazione dell'economia. Nel senso che non dispone della mentalitá adatta per un simile sistema, essendo rimasto a dimenarsi ancora con il vecchio sistema industriale che guarda ad un mercato protetto che garantisce la sopravvivenza anche a quelli meno competitivi come é accaduto a quello italiano che ha potuto espandersi in virtú della svalutazione della lira degli anni ottanta. Ma, questo sistema é andato in crisi anche con il cambio fisso dell'euro e sopratutto con la globalizzazione che ha permesso alla Cina e all'India di assurgere ormai a giganti dell'economia mondiale, nei cui confronti economie di grosso volume, come quella italiana, ma strutturalmente fragili hanno dovuto segnare il passo per carenza di fiato sufficiente a corrervi dietro. La mentalità, prima ancora che la politica, come dicevo poc'anzi, non è adatta, in quanto basata su una visione "umanista-cattolica" della società è non invece pragmatica e "protestante-sciovinista" come quella anglosassone. Una mentalità che nutrendo diffidenza nella scienza si mette di traverso ai principi della ricerca e della formazione e sostanzialmente indifferente all'efficienza non solo delle istituzioni, ma anche dell'apparato burocratico e quindi dell'intero sistema socio-economico. L'umanesimo cattolico essendo perciò inadatto come mentalitá a dirigere un sistema postindustriale, basato sull'alta tecnologia, sui servizi, sulla ricerca, la competizione e sulla difesa dell'ambiente, determina ovviamente un effetto domino nel quale anche la politica si contraddistingue in inconcludenza e ritardo programmatico. Questa è la vera tragedia dell'Italia; mentre quella a cui si è riferito il presidente della repubblica, e cioè la montagna di rifiuti dell'hinterland napolitano, è solo e semplicemente un segno minore della tragedia stessa. Ciò, tuttavia, non significa immunità ai suoi responsabili, ma la richiesta di dimissioni di Bassolino, Jervolino, Pecoraro Scanio, come del prefetto, del procuratore capo della repubblica e del capo della polizia napoletana.
MicheleGLI STUDENTI DI SINISTRA CONTRO IL DOGMA DELLA RELIGIONE
Il modo di pensare di un
individuo è il riflesso delle sue condizioni materiali di esistenza; lo stesso
vale per una classe sociale, un popolo, un paese, un continente. Dopotutto, la
stessa civiltá occidentale, con la sua modernitá, il welfare, gli alti livelli
di progresso sociale e il carattere laico della coscienza di massa, é la
rappresentazione borghese dell'opulenza del sistema economico. Questo metodo di
analisi o interpetrazione della realtá è la teoria del materialismo storico di
Marx. Oltre ad essa, vi sono ovviamente altre teorie che, a loro modo, cercano
ugualmente di spiegare la realtá pervenendo a conclusioni diverse fra di loro.
Ma, ce n'è una, quella cristiana che, se non fosse per gli aspetti suggestivi
del racconto biblico, sarebbe una spiegazione assolutamente priva di
significato, i cui tratti del resto incontestabilmente dogmatici e pervasivi
hanno condotto le popolazioni e i paesi cattolici ad una sorta di eterogenesi,
vanificando lo stesso "messaggio" del Vangelo e rallentando altresì tutte le
trasformazioni sociali volte a rendere le strutture economiche competitive
davanti ai processi della globalizzazione.
L'Italia, laica sulla carta(come la Turchia), ma di fatto ultracattolica e a
tratti addirittura integralista(!), é il risultato sciagurato di una eterogenesi
cattolica, avendo creduto ed optato per l'umanesimo di fronte alle seduzioni del
materialismo onnicomprensivo insito nella ricchezza e nel potere del sistema
capitalista. I quali, al contrario, avevano e avrebbero tuttora bisogno di
laicità culturale e pragmatismo sciovinista. Per questo è un paese anomalo fra i
paesi occidentali e oggi sconta questo errore culturale indietreggiando
economicamente e accentuando perciò il proprio ritardo dai paesi anglosassoni.
Il marasma ne è l'effetto più eclatante per cui la politica, come strumento di
organizzazione del sistema, rimane invalidata fino a trasformarsi in
strumento di casta distaccato e perciò inviso dalla popolazione. Ma, non è
ovviamente la politica la sola sovrastruttura del potere ad essere inconcludente
e più o meno priva di credibilitá, bensì tutte le altre e il sapere e la
formazione della classe dirigente vengono pertanto a formarsi su basi fragili,
assolvendo con mediocritá alla loro funzione di guida del sistema capitalista.
Non a caso, in tutte le comparazioni internazionali la scuola italiana è
fanalino di coda tra i paesi maggiormente industrializzati e non c'è verso
per sperare in una inversione di tendenza davanti all'autocommiserazione del
ministro della cultura e il senso di impotenza e frastornazione della
politica.. La coscienza che, pertanto, se ne ha per porvi rimedio
è cristallizzata su un un modo di pensare ostaggio del delirio narcisista degli
esegeti dell'umanesimo cattolico. Spesso è perfino infastidita dal clamore
suscitato anche dai timidi tentativi di reazione, dei pochi autentici laici
dell'ambito intellettuale e studentesco del paese, allo strapotere della chiesa
e alla sua filosofia religiosa della vita. Il problema a questo punto non é
quello di vedere se la critica estremista dei cosidetti laici-laici sia una
"intolleranza inaccettabile", come dice Veltroni, ma di riuscire a renderla
funzionale e propositiva amplificandone le ragioni attraverso la
politicizzazione. Un esempio limpido è stato fornito dalla contestazione
studentesca dell'universitá "La Sapienza" che portava al fallimento la decisione
del rettore di invitare il Papa a tenere un discorso in occasione
dell'inaugurazione del nuovo anno accademico. Una contestazione più che giusta e
sacrosanta davanti ad una chiesa che ha fatto del cattolicesimo una mentale
forma onnicomprensiva dell'essere che travalicando tutti gli steccati innalzati
dai laici a difesa della libertà di pensiero, continua a fare sostanzialmente il
bello ed il cattivo tempo, impedendo così che il paese si liberi dalle catene
che lo tengono imbrigliato in una condizione di inerzia e fatalismo. Una
contestazione che ci ha riportati un poco con i ricordi agli anni settanta, un
periodo di lotte che riuscì, fra l'altro, a gettare uno squarcio di luce in un
paese annichilito dal regime clerico-democristiano e dall'autoritarismo. Penso
che un suo ritorno nel segno paleomaoista potrebbe farci riappropriare del tempo
perduto.
Michele
19/01/2008
Un paese "agitato e confuso"
A sentire il pur rispettabile
Napolitano, secondo cui l'Italia di questi giorni è "agitata e confusa", avverto
un sentimento di commiserazione che non riesco proprio ad evitare per il
fatto che è stata esternata una analisi convenzionale della realtà. Pertanto,
premesso che le parole del Presidente della Repubblica non sfuggono affatto al
linguaggio politico comune, ma ne sono invero una testimonianza, debbo dire che
tali parole sono imprecise. Lo dico perché, a mio avviso, l'Italia è agitata e
confusa da sempre! Nessuno, fuorché la destra, che abbia in mente la storia
politica dell'Italia dal dopoguerra ad oggi può sostenere la tesi di periodi di
tranquillità politica dove classe dirigente e popolazione abbiano avuto una
sintesi ed un linguaggio comune per il bene di ciascuno. L'Italia, insomma, è
stata in mezzo secolo di storia in preda al caos e addirittura insidiata da
minacce golpiste, sebbene abbia avuta dalla sua parte una forte crescita
economica giunta non senza fatica dai paesi anglosassoni e sopratutto dagli USA
che, indipendentemente dallo smarrimento prodotto dalla crisi del romanticismo
della civiltá contadina , la proiettava, per il significato della ricchezza
prodotta, ai vertici dei paesi più industrializzati. Ma, non le è stata
sufficiente per farla uscire dall'angusto involucro in cui la mentalitá
derivante dall'umanesimo cattolica l'aveva rinchiusa e resa perciò anomala
rispetto ai paesi anglosassoni più avanzati con la loro modernità e la
tecnologia. Questa è (la mentalità religiosa) la ragione fondamentale del
marasma politico-istituzionale che ha reso e rende tuttora l'Italia un paese
"agitato e confuso", per cui è organizzato male e sconta, in ultima analisi, un
netto ritardo di cultura politica sul fronte dell'organizzazione del sistema
socio-economico rispetto ai paesi del nord Europa e ormai persino rispetto alla
stessa Spagna, una volta povera e cattolicissima.
La chiave di volta per liberare l'Italia dalla propria "anomalia" risiede pure
in una legge elettorale adeguata a ridurre notevolmente la frammentazione
politica così come in tutte le riforme strutturali dell'economia, ma sopratutto
nella ineludibile ed indilazionabile necessità di rimuovere l'umanesimo
cattolico dalla coscienza degli italiani (come nei paesi anglosassoni dove è
stato soppresso dalle scuole dell'obbligo), ridimensionando la presenza
esuberante e spesso strafottente della chiesa e la sua cultura
religiosa, una vera palla al piede, uno sciagurato ectoplasma.
Michele
02/02/2008
San Gennaro contro l'emergenza dei rifiuti
La venerazione di San Gennaro ad opera dei
napoletani è accettabile solo per l'allegria che suscita dietro l'aspetto
folkloristico, ma per quello culturale desta costernazione. Infatti, la
credenza nei miracoli per la liquefazione del sangue avviene a causa della
forte e massificata sottocultura esoterica e paleoreligiosa dei napoletani.
Ma, non mi soffermerei solo sui napoletani e il loro fatalismo, viste le
celebrazioni da primo cristianesimo di Sant'Agata a Catania o di quelle di
un santo abbruzzese circondato da serpenti e portato in processione seguendo
un rito dalle caratteristiche premoderne!.......D'altro canto, la religione
è una concezione filosofica nettamente premoderna, poiché basata sullo
spiritualismo in antitesi al materialismo, sviluppatosi con
l'illuminismo come sovrastuttura del sistema mercantilista dell'epoca
e raggiunge il culmine nella rivoluzione industriale e quindi nel sapere
laico della borghesia del sistema capitalista.
L'aspetto premoderno della religione e di tutte le interpetrazioni del
cristianesimo, ivi compreso il cattolicesimo, viene cercato e giustificato
da quelle popolazioni che si sono sviluppate in contraddizione con la
modernità seppure esistente nelle loro condizioni materiali di esistenza, ma
flebilmente assurta a cultura dominante. È il caso dell'Italia meridionale
dove una palingenesi del moderno non è mai attecchita a causa della presenza
capillare e della forma onnicomprensiva della religione. Ovviamente, la
chiesa è ugualmente radicata e forte anche nel nord e sopratutto nel centro
Italia, ma mentre quì è più vicina a quel dell'Italia meridionale, al
contrario, al nord Italia è meno influente nella coscienza della popolazione
perchè ostacolata dalla forza seducente ed edonista delle migliori
condizioni di esistenza o di opulenza
. Senoncchè, è tutto il paese a
rimanere, in ultima analisi, influenzato e quindi condizionato nei processi
di crescita, dove la politica, strumento della classe dirigente teso
all'organizzazione del sistema, è inconcludente e confusa di fronte al ritmo
vertiginoso impresso del cambiamento delle forme e dei modi dell'economia e
della sua globalizzazione
L'Italia non funziona da sempre e non credo ci possa essere qualcuno di buon
senso disposto a sostenere il contrario, visto che storicamente, almeno a
partire dall'unità d'Italia, non vi è stato mai un periodo socio-politico
tranquillo e stabile. Non funziona proprio perché la coscienza della
popolazione è basata fondamentalmente sulla religione e perfino nelle sue
propaggini sottoculturali o degenerative come la superstizione e il
miracolismo dei napoletani e non solo.
Michele
"Gianfranco Tannino" <gianfrancotannino@web.de> schrieb:
Da il Corriere della Sera del 26.01.2008
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San Gennaro contro l' emergenza rifiuti. Esposta l' ampolla, veglia in Duomo. Guerriglia nel Beneventano. Fedeli a raccolta affinché il sangue si sciolga in via «straordinaria».
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Coloro che hanno riempito la Chiesa nel pregare San Gennaro per un ennesimo miracolo per Napoli sono o no coscienti che dall'alto non potrà venire alcun aiuto? Loro stessi (i credenti) hanno un'espressione che dice: "aiutati che Dio t'aiuta".
Questo popolo non solo è credente (nella religione) ma anche molto superstizioso, molte case hanno i loro cornetti o ferro di
cavallo dietro la porta come portafortuna o per scacciare il male. Un
popolo che ad ogni avvenimento corre a giocare al Lotto dando ai fatti un'interpretazione di numeri che pensa possano anch'essi portargli fortuna.
Mentre noi discutiamo di destra e sinistra intere zone del ns Paese non riescono a liberarsi da questi residui ereditati e fatti propri. Quando il ns Paese esprime desideri di rinascita sociale, deve ricordarsi anche di queste cose:
a) la criminalità organizzata
b) la necessità di un innalzamento del livello culturale del ns Paese.
08/02/2008
NANI DEL PENSIERO
Se non fosse per l'unico elemento di novitá (giá tanto in un paese avaro in materia) quale la riduzione della frammentazione partitica voluta da Veltroni, la campagna elettorale passerebbe come un copione giá visto cui gli italiani sono abituati da sempre. D'altronde, come si può sperare in una campagna elettorale diversa, intanto nata inaspettatamente prima della fine della legislatura e neppure a metá del suo percorso deliberatamente bloccato da Mastella e Dini per motivi personali il primo e il secondo perché a disagio col centrosinistra? Invero, la ragione di tale inerrogativo non può sussistere poiché prefigura l'esistenza di una filosofia analitica apparentemente disinvolta ma sostanzialmente così radicale da scongolgere i comuni denomenatori della cultura nazionale! La sua esplicitazione presuppone la rimozione del conformismo, come ectoplasma della cultura popolare, deformata in modo tale da non sapere introiettare i tentativi di trasformazione desertificando le coscienze anche nelle sue pur timide manifestazioni scioviniste. Una analisi diversa della socientà italiana che nessuno può inverare perché quelli che per primi dovrebbero farlo, gli intellettuali, sono privi di coraggio e di onestá. D'altro canto, anche se solo fossero sfiorati dall'idea che le ragioni della crisi italiana vanno oltre quelle di cui si dibatte sterilmente da sempre, e vale a dire l'assenza di orgoglio nazionale nell'umanesimo cattolico e la presenza di una forma onnicomprensiva dello stesso cattolicesimo nell'arida coscienza italiana, si sentirebbero angosciati perché in loro è andato facendosi largo spettralmente il senso di colpa per aver, seppure inconsapevolmente, imbavagliato la veritá, di essere stati con essa quanto meno omertosi.
Senoncché, assodato che esiste una "verità", ignorata e neppure avvistata nei gelatinosi meandri dell'inconscio, gli intellettuali continuano così a spruzzare incenso sulle asserzioni pseudoanalitiche dei politici e da questa visuale per quanto lodevole possa apparire la tenacia e le capacità propositive di Veltroni, tuttavia non c'è alcuna ragione di pensare ad una vera e propria inversione di rotta della politica nazionale a causa del persistere della questione del cambiamento nella forma avvizzita e inconcludente che conosciamo da tempi ormai lontani. Qundi è evidente che gli intellettuali non sono in grado di dipanare il bandolo della matassa e, d'altro canto, sarebbe incongruo pensare diversamente poiché neppure essi hanno avuto la capacità di sfuggire all'assuefazione, ovvero ai processi di mitridatizzazione dell'essere degli italiani come popolo e paese. Tuttavia, prima ancora che i politici, sono loro, gli intellettuali, coloro cui addossare la colpa di tutto trascinandoli a calci nel sedere davanti al tribunale della storia che non può che comminare loro una severa condanna per "disastro nazionale", previa messa alla gogna per inettitudine, come bavosi nanetti del pensiero.
Fatto è che, peraltro, la dura epoca contadina, quella dei buoi che tirano l'aratro per coltivare i campi, è scomparsa alcuni decenni fa e si può essere certi che gli italiani, aldilà delle apparenze, non ne sono dopotutto dispiaciuti, neppure davanti al racconto romantico che ne fa la televisione. La quale, consapevole dei propri limiti culturali, che sono poi quelli del paese, non riesce a far di meglio che fingere con la propria funzione di legittimazione del potere in tutte le sue forme, prendendo tempo con una certa ritualità degna di una repubblica delle banane. È una televisione sfiorata solo lontanamente dalla modernità e non solo perchè non sa esserlo, ma anche e sopratutto contraria ed esserlo di troppo, come se temesse di darne una rappresentazione smisurata o superflua avendo della modernitá stessa una concezione palesamente critica, come la sua matrice culturale che è il cattolicesimo e la derivante cultura umanista. Per tale ragione non può sottrarsi al "richiamo della foresta" tenendo ben oliato i vecchi ingranaggi della decadenza che vi si celano come sovrastruttura di un passato idealizzato romanticamente e di per se stesso fonte inesauribile per l'autoidentificazione. Ecco perché la "civiltà contadina" vive eccome nei programmi della televisione che la usa sapendo di potersene fare una ragione autorefenziale. La giusta dimensione, in ultima analisi, per poter prevaricare le regole della democrazia e la stessa deontologia professionale servendo la destra di Berlusconi all'insegna di un vero e proprio regime mediatico. Eppure, l'odierna infelicitá degli italiani alla ricerca della propria identitá perduta e l'idea romantica dell'epoca contadina della televisione, sono due dati di fatto che pur essendo in contrasto fra di loro, entarmbi sono tuttavia percorsi da un unico denomenatore in cui si riflette l'incertezza per il moderno, determinata dalla mentalitá conservatrice profondamente radicata nella popolazione. Per tale ragione è quindi una contraddizione solo apparente, poiché un distacco dalle sovrastrutture della "civiltà" contadina non si é verificato del tutto nel corso di mezzo secolo di industrializzazione. Questa è, a mio avviso, la causa principale che fa dell'Italia un paese anomalo, piegato su se stesso e sfiduciato fino a concepire lucidamente il senso dell'autocommiserazione come forma della propria, acquisita indole autodistruttiva.
Michele15/03/2008
Forty Years After
In occasione dei quarantanni ormai passati dal '68, i media, consapevoli del propio potere pervasivo, portano avanti una tesi volta ad assestare un colpo decisivo a quello che resta della storia di un movimento, la cui colpa ovviamente é quella di aver contestato la societá consumista e tutte le forme di potere ad essa correlate e non. Un movimento che, a cominciare dalla metá degli anni sessanta in una fase inizialmente spontaneista e libertaria, caratterizzatasi con l'occupazione delle universitá maggiori e gli scioperi nelle scuole (lotte incentrate sul pacisimo contro la guerra imperialista in Vietnam e sull'antiautaritarismo contro il militarismo e il patriarcalismo della famiglia cattolica), trovava infine una sintesi e la propria identità ideologico-culturale nel marxismo come critica dell'economia capitalista e nella rivoluzione leninista la prassi che avrebbe dovuto abbattere lo status quo. Perciò, contrariamente ai suoi detrattori, quel movimento non ebbe niente a che spartire con la religione nè con la Praga occupata dai carri armati sovietici sfrontatamente strumentalizzata sopratutto dagli anticomunisti più deteriori. Tuttavia, una volta d'accordo che non importa più a nessuno una analisi del fallimento della rivoluzione dovuto, come risaputo, ad una puerile alterazione del concetto di realtà da parte dei suoi sostenitori, allora non ci resta che affrontare il tentativo di mistificazione in atto da parte dei media come un interesse concentrico della destra per il disconoscimento e della sinistra liberale e pseudocomunista della cosidetta sinistra radicale per lo stravolgimento dell'immagine del movimento sessantottino. Tale atteggiamento volto allo spegnimento della verità è ovviamente più arguto nella parte riguardante la sinistra nel suo complesso. Infatti, troviamo l'Espresso (come sinistra liberale) più che mai attivo nel portare avanti la tesi del revisionismo storico in senso buonista, omettendo di far presente che negli anni sessanta sotto la direzione di Scalfari avversava il '68 del quale, invece, oggi scrive che non fu un movimento anticapitalista poichè, al contrario, il suo progetto era quello di trasformare il mondo in senso liberale! Un'altro elemento di deformazione revisionista del movimento attiene alla tesi circa una presunta forte presenza cattolica: in realtà ci fu ma era ai margini del movimento, ininfluente e come corollario. Non poté essere diversamente in quanto il movimento era fondamentalmente anticlericale, basato cioé sulla critica e il rifiuto della religione vista in contrasto con la teoria di Marx del materialismo storico, quale filosofia comunista della storia della lotta di classe e dei processi di emancipazione del proletariato. È vero, però, che ci furono degli intellettuali cattolici e anche dei religiosi come, ad esempio, don Milani che avevano scoperto nel comunismo delle similitudini col Vangelo e il messaggio pacifista e egualitarista di Cristo, ma in effetti non ebbero alcuna influenza sulla teoria e la prassi del movimento di lotte degli studenti. Dopotutto, la deformazione in atto sul '68 è anche e sopratutto il risultato dell'abiura da parte di tanti leader, come Sofri, Boato, Capanna, ecc., di quella esperienza di lotte che, fra l'altro, seppure indirettamente, portava alla laicizzazione e alla modernità un paese ancorato, nonostante il boom economico, su un fondamentalismo culturale dove la chiesa e la forma onnicomprensiva del cattolicesimo costituivano il vero potere in una Italia dominata politicamente dal regime democristiano a sua volta non di rado eterodiretto dalla cia, il servizio spionistico degli USA.
Tuttavia, esiste una possibilitá per ristabilire in noi una sorta di "pace interiore" di fronte ai colpi sferrati dal revisionismo storico, sapendo che trattasi di volgare restaurazione e per tale ragione non si può non tenere presente che lo scorrere del tempo è indifferente ai trascorsi dell'esistenza, nè può essere generoso con i suoi aspetti positivi. Se potessimo tenere la felicitá passata focalizzata come una costante nella memoria, molto probabilmente saremmo in grado perfino di assecondare le sofferenze del presente, ma senza capire le sue effettualitá di un gioco egoista o più semplicemente di una mera illusione. Non ci renderemmo conto, in ultima analisi, che così facendo fermeremmo velleitariamente i flussi "naturali" del tempo, negando follemente un'epoca e fomentando una inverosimile eterogenesi della vita e dei suoi bisogni fondamentali. La veritá, è che non si può vivere di soli sentimenti e chi lo fa si mette al di fuori della stessa realtá per cui si é formato anche in ragione di una ideologia basata sui lineamenti del materialismo storico e assurta a guida del proprio comportamento. Una vita vissuta sugli allori è, dunque, alla lunga, fossilizzante perché si finisce con il deformare la ragione e i presupposti stessi su cui la felicitá aveva potuto prendere forma. Senoncché, se il tempo non possiamo fermarlo (come, al contrario, pretendono o si illudono i religiosi attraverso il delirio di onnipotenza della fede) e non possiamo neppure correggere la sua inclemenza, perché come detto l'egoismo alla lunga non paga, non possiamo però rinunciare alla memoria in quanto strumento di testimonianza e rivisitazione della storia medesima. Questo ci permette di portare alla luce dell'obiettivitá di ciascuno di noi, se siamo onesti intellettualmente, le ragioni della felicitá del tempo passato: il '68 e la rivolta giovanile, la sua controcultura e il sogno della rivoluzione anche come estetica dell'essere, poi la musica rock, gli hippies e la canapa indiana, l'amore libero (la liberazione sessuale), cioé un vero e proprio tentativo di assalto al cielo come nuova palingenesi.
Michele23/03/2008
Riflessione sul movimento del '68 in un momento in cui si registra il
culmine della mistificazione della sua storia portata avanti dal potere
politico e dai media.
In occasione dei
quarantanni ormai passati dal '68, i media, consapevoli del propio
potere pervasivo, portano avanti una tesi volta ad assestare un colpo
decisivo a quello che resta della storia di un movimento, la cui colpa
ovviamente é quella di aver contestato la societá consumista e tutte le
forme di potere ad essa correlate e non. Un movimento che, a cominciare
dalla metá degli anni sessanta in una fase inizialmente spontaneista e
libertaria, caratterizzatasi con l'occupazione delle universitá maggiori
e gli scioperi nelle scuole (lotte incentrate sul pacisimo contro la
guerra imperialista in Vietnam e sull'antiautaritarismo contro il
militarismo e il patriarcalismo della famiglia cattolica), trovava
infine una sintesi e la propria identità ideologico-culturale nel
marxismo come critica dell'economia capitalista e nella
rivoluzione leninista la prassi che avrebbe dovuto abbattere lo status
quo. Perciò, contrariamente ai suoi detrattori, quel movimento non ebbe
niente a che spartire con la religione nè con la Praga occupata dai
carri armati sovietici sfrontatamente strumentalizzata sopratutto dagli
anticomunisti più deteriori. Tuttavia, una volta d'accordo che non
importa più a nessuno una analisi del fallimento della
rivoluzione dovuto, come risaputo, ad una puerile alterazione del
concetto di realtà da parte dei suoi sostenitori, allora non ci resta
che affrontare il tentativo di mistificazione in atto da parte dei
media come un interesse concentrico della destra per il
disconoscimento e della sinistra liberale e pseudocomunista della
cosidetta sinistra radicale per lo stravolgimento dell'immagine del
movimento sessantottino. Tale atteggiamento volto allo spegnimento della
verità è ovviamente più arguto nella parte riguardante la sinistra nel
suo complesso. Infatti, troviamo l'Espresso (come sinistra liberale) più
che mai attivo nel portare avanti la tesi del revisionismo storico in
senso buonista, omettendo di far presente che negli anni sessanta sotto
la direzione di Scalfari avversava il '68 del quale, invece, oggi scrive
che non fu un movimento anticapitalista poichè, al contrario, il suo
progetto era quello di trasformare il mondo in senso liberale! Un'altro
elemento di deformazione revisionista del movimento attiene alla
tesi circa una presunta forte presenza cattolica: in realtà ci fu ma era
ai margini del movimento, ininfluente e come corollario. Non poté essere
diversamente in quanto il movimento era fondamentalmente anticlericale,
basato cioé sulla critica e il rifiuto della religione vista in
contrasto con la teoria di Marx del materialismo storico,
quale filosofia comunista della storia della lotta di classe e dei
processi di emancipazione del proletariato. È vero, però, che ci furono
degli intellettuali cattolici e anche dei religiosi come, ad esempio,
don Milani che avevano scoperto nel comunismo delle similitudini col
Vangelo e il messaggio pacifista e egualitarista di Cristo, ma in
effetti non ebbero alcuna influenza sulla teoria e la prassi del
movimento di lotte degli studenti. Dopotutto, la deformazione in atto
sul '68 è anche e sopratutto il risultato dell'abiura da parte di tanti
leader, come Sofri, Boato, Capanna, ecc., di quella esperienza di lotte
che, fra l'altro, seppure indirettamente, portava alla laicizzazione e
alla modernità un paese ancorato, nonostante il boom economico, su un
fondamentalismo culturale dove la chiesa e la forma onnicomprensiva del
cattolicesimo costituivano il vero potere in una Italia dominata
politicamente dal regime democristiano a sua volta non di rado
eterodiretto dalla cia, il servizio spionistico degli USA.
Tuttavia, esiste una possibilitá per ristabilire in noi una sorta di
"pace interiore" di fronte ai colpi sferrati dal revisionismo storico,
sapendo che trattasi di volgare restaurazione e per tale ragione non si
può non tenere presente che lo scorrere del tempo è indifferente ai
trascorsi dell'esistenza, nè può essere generoso con i suoi aspetti
positivi. Se potessimo tenere la felicitá passata focalizzata come una
costante nella memoria, molto probabilmente saremmo in grado perfino di
assecondare le sofferenze del presente, ma senza capire le sue
effettualitá di un gioco egoista o più semplicemente di una mera
illusione. Non ci renderemmo conto, in ultima analisi, che così facendo
fermeremmo velleitariamente i flussi "naturali" del tempo, negando
follemente un'epoca e fomentando una inverosimile eterogenesi della vita
e dei suoi bisogni fondamentali. La veritá, è che non si può vivere di
soli sentimenti e chi lo fa si mette al di fuori della stessa realtá per cui si
é formato anche in ragione di una ideologia basata sui lineamenti
del materialismo storico e assurta a guida del proprio comportamento.
Una vita vissuta sugli allori è, dunque, alla lunga, fossilizzante
perché si finisce con il deformare la ragione e i presupposti stessi su
cui la felicitá aveva potuto prendere forma. Senoncché, se il tempo non
possiamo fermarlo (come, al contrario, pretendono o si illudono i
religiosi attraverso il delirio di onnipotenza della fede) e non
possiamo neppure correggere la sua inclemenza, perché come detto
l'egoismo alla lunga non paga, non possiamo però rinunciare alla
memoria in quanto strumento di testimonianza e rivisitazione della
storia medesima. Questo ci permette di portare alla luce dell'obiettivitá
di ciascuno di noi, se siamo onesti intellettualmente, le ragioni della
felicitá del tempo passato: il '68 e la rivolta giovanile, la sua
controcultura e il sogno della rivoluzione anche come estetica
dell'essere, poi la musica rock, gli hippies e la canapa indiana,
l'amore libero (la liberazione sessuale), cioé un vero e
proprio tentativo di assalto al cielo come nuova palingenesi.
Michele
02/04/2008
Velentaiy
In un paese in cui il sistema capitalista
è in continua sofferenza a causa di una mentalità inadatta a gestirlo
proficuamente, è conseguente che nasca e si sviluppi, fra l'altro, una
nuova forma di bizantinismo la cui furia iconoclasta abbatta
impietosamente persino quel poco di orgoglio nazionale rimasto a
ricordare agli italiani stessi e al mondo che l'Italia è a tutti gli
effetti un grande paese. Nel solco dell'eterogenesi determinata dal
carattere permanente e immodificabile della crisi italiana che da adito
anche a forme bizzarre come un certo neobizantinismo dall'aspetto
virtuale e fluido, si inserisce innanzitutto e prepontentemente il
grillismo, mediante una critica della politica che non riesce ad andare
oltre i limiti propri della politica medesima, in quanto incapace a
riconoscere le cause di fondo della crisi. Ma, il settimanale
L'Espresso (fondato negli anni sessanta da Scalfari e assurto in quel
periodo di profonde trasformazioni socio-economiche a megafono della
borghesia progressista e ad avanguardia liberale dei processi di
laicizzazione del paese), pur di non essere da meno, si rifiuta di
restare alla finestra a guardare passivamente la forma uggiosa dei tempi
odierni, ma si propone anch'esso come protagonista del suddetto
movimento neobizantino, identificando nell'abbattimento dell'orgoglio
nazionale uno degli steccati da rimuovere per potere risalire la china
della crisi. Tuttavia lo fa soltanto satiricamente e nel linguaggio.
Infatti, l'ultimo numero, nel fare una indagine sui vini
italiani, scoprendo che una ventina di essi non sarebbero propriamente
genuini, ma adulterati li classifica come "velenitaly", credendo nello
scoop di cui è animato da un bel pò di tempo, ma senza capire che tale
modo di fare sia autodistruttivo. Come il grillismo, anche L'Espresso,
con il carattere effimero del neologismo "velenitaly"non sfugge alle
tristi seduzioni del sentimento di autocommiserazione, schernendosi
nella propria identitá nazionale come manifestazione di sfiducia e
inerzia nella storia, erroneamente concepita come processo
meccanicistico e fatale. Invero, è il trionfo negativo e devastante
della coscienza cattolica, anche nei suoi processi degenerativi.
Michele
4/04/2008
UN PAESE DI MATTI
Non è una novità che i luoghi comuni
tedeschi sugli italiani siano una accozzaglia di congetture basate
sull'ignoranza e dei pregiudizi legati all'orgoglio nazionalista, un pò
come se la politica, nonostante le grandi trasformazioni economiche e
l'apparente progresso intervenuti nelle condizioni di vita
dell'occidente, fosse ferma alla concezione dello Stato-Nazione
dell'ottocento. Effettivamente, non ci si deve meravigliare, poiché un
sistema capitalista avanzato e competitivo si misura non solo sulle
capacitá delle classi dirigenti e sulla "maturitá democratica"
di un paese, ma anche e sopratutto
sul grado di radicamento dell'orgoglio nazionale. Nel senso che un paese
ha delle forti opportunità di crescita socio-economica se oltreché
essere fiero della propria storia ha di sè anche una stima tale da
sentirsi costantemente sollecitato a migliorare le proprie strutture
economiche e l'organizzazione del sapere e della conoscenza rispetto
alle esigenze della competizione del mondo della globalizzazione. A
differenza della religione che si misura sulla base dell'intensitá del
proprio spirito rispetto all'immanentismo materialista e agnostico della
società consumista e postindustriale o terziaria, l'economia capitalista
trova il proprio grado di stima nella superioritá del suo sistema sugli
altri. In sintesi: un paese può ambire a diventare un grande paese
industriale se ha nel seno della propria cultura, paradossalmente, le
fondamenta dello spirito ottocentesco del nazionalismo. Valga come
esempio la ricercata "amicizia" franco-tedesca come sinonimo di
nazionalismo elevato a strumento di selezione dei paesi valutati, come
nell'ottocento, in Stato-amico e Stato-canaglia! Ne consegue che se un
paese viene considerato alla stregua di uno Stato-canaglia scattano gli
automatismi della esclusione e talvolta, come nel caso dell'Italia, si
manifestano perfino dei blocchi mentali o dei pregiudizi che la
espellano dalla cosidetta "comunità internazionale". Ovviamente, si
tratta di una "alleanza" candidatasi a padrone del mondo in base al
concetto di potenza e dei rapporti di forza continentali e
internazionali, in cui l'Italia, benchè membro dei G7 (i sette paesi più
industrializzati del mondo) non possiede una particolare stima per
ragioni politico-culturali.
Tali ragioni, le conosciamo bene in cosa consistono, ma non sono ancora
affatto chiarite né dai politici né da altri, salvo che da Scalfari che
dichiarava implicitamente il fallimento del sistema italiano nel suo
editoriale di domenica scorsa su Repubblica. Esse, vanno ricercate
anche:
a) nella incapacitá della politica;
b)nella struttura microeconomica dell'industria, peraltro
prevalentemente a conduzione familiare;
c)nel carattere corporativista delle professioni;
d)nell'esoso ed obsoleto sistema bancario;
e)nella carenza di ricerca e nella mancanza di formazione, come nella
disorganizzazione della scuola e nell'inadeguatezza del programma di
studio (non si dimentichi il tentativo dello scorso governo Berlusconi
di espellere Darwin dalla scuola dell'obbligo!);
f)nella inefficienza della pubblica amministrazione dovuta ad una
conduzione esosa per il fisco e lenta nei servizi;
g) negli altissimi costi e nella inefficienza delle forze dell'ordine
che vanno risolti accorpando carabinieri, polizia, guardia di finanza e
vigli urbani, sul modello tedesco;
h)nell'ipergarantismo del codice penale e civile a fronte di una
criminalità politica e comune molto forte e di una corruzione che mina
la credibilità delle istituzioni e del paese sia rispetto alla
popolazione che rispetto al mondo che non perde occasione per deridere
gli italiani;
i)nel lacunoso welfare che non prevede alcuna assistenza sociale (in
soldi e non in...pasta asciutta come nelle organizzazione della Caritas
o, generalmente, del volontariato cattolico e non) per gli esclusi dal
mercato del lavoro;
l)nella precarizzazione del lavoro, ecc,.....
Sopratutto, però, le ragioni dell'anomalia italiana vanno
oltre quelle suddette e giacciono nella forma onnicomprensiva del
cattolicesimo e nell'inutilità del carattere universalista della cultura
dell'umanesimo cattolico, nonché nel buonismo postinternazionalista e
solidarista e nel tardooperaismo della sinistra radicale.
Queste ragioni costituiscono la causa obbiettiva del mancato
funzionamento dell'Italia e il suo rischio di declino dovuto anche
all'evasione fiscale e al cambio fisso dell'euro che comprime le
esportazioni e, in ultima analisi, la crescita economica.
Tutto ciò, in un mondo diviso in Stato-amico e in Stato-canaglia,
l'Italia è oggetto di caricature e pregiudizi, come quelli detti dall'Abendzeitung
di oggi. Gli inni del PDL e del PD servono, secondo questo giornale, a
creare consenso elettorale definendoli come "campagna elettorale
all'italiana" e presentandoli addirittura nella tradizione del festival
di Sanremo il primo e il secondo in una rockcover degli anni settanta! È
un modo di fare tipico, beninteso, non solo dei tedeschi, ma di tutti
quei paesi modellati sull'orgoglio nazionale; un modo di pensare che
appartiene a tutti, dai paesi ricchi fino a quelli poveri, ma "fatalità"
della storia, non all'Italia che essendone sprovvista si muove come un
pesce fuor d'acqua! E per tale motivo è vista come un paese di matti.
Michele
12/04/2008
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