Dopo che a Muro Lucano, nell’anno 1565 si tenne il sinodo diocesano[1], lo stesso Vescovo, Filesio de Cittadinis, il 27 ottobre 1565, procede alla fondazione del Seminario[2]. “Surse il santo edificio su di erta rupe capace appena di abbellirsi, e di dilatarsi, circondato essendo da ogni banda da durissimi sassi”[3].Fu eretto nei pressi dell’Episcopio, “frammezando fra l’uno e l’altro una strada. E’ composto di un cortile scoperto, di due dormitorj, uno superiore dedicato al Principe degli Apostoli, e l’altro inferiore a Nostra Signora Assunta in cielo, scuole due, abitazioni per lo Rettore, Prefetto, Maestro di scuola e Cuoco, Rifettorio, Sala, Cucina, Cantina, Magazzeni, Dispense, e due stanzperordinandi, che debbono fare gli esercizi spirituali”[4].Parlando di questa struttura, circa tre secoli dopo, il vescovo Gigli parlerà nella seguente maniera:“Poche ed umili stanze ne formavano il comprensorio, abitazione di quei primi Alunni, che diedero alla Chiesa di Dio virtuosi ministri: ed ora nel mirarlo siamo presi da interna ammirazione, in considerare la semplice vita dei primi convittori tanto diversa dalla presente. Il locale, benché dagli antecessori vescovi migliorato, ed accresciuto, pure ha bisogno di molte innovazioni e ripari, che si andranno a fare, purché il cielo seconderà la nostra pia intenzione in vedere terminate le molte liti, ed assestate le rendite, che sono di molto scemate, sì perché il tempo avvolge il tutto tra le sue tenebre, sì per la colpevole trascuraggine di quei, ai quali spettava invigilare, ed esigere. Onde daremo su di questo opportuni ordini, acciò almeno non si disperda il resto”[5].Il Seminario murese, in termini non solo cronologici, ma anche per la funzionalità religiosa, didattica e teologica, scaturisce come elemento immediatamente collegabile alla conclusione del Concilio di Trento.Nicola De Luca, Vescovo di Muro dal 1777, ecclesiastico di chiara fama, di una cultura abbondante e prodigiosa[6].
Domenico Antonio Manfredi, vescovo di Muro, nativo di Grottole, nel primo Sinodo Diocesano tenuto in questa città si soffermerà ad analizzare il fine per il quale “…i Santi Vescovi, che nel Concilio di Trento divinamente ispirati, comandarono la creazione de’ Seminari”, cioè “la speranza di vedere una volta fiorire la Chiesa, e germogliar frutti di santità, e di dottrina, per impiegarli alla salute de’ prossimi. Ambedue questi fini non si pon conseguire, senza gittar alti fondamenti, sopra i quali s’innalzi l’edifizio delle virtù. Il primo fondamento si è la umiltà, senza la quale non pon regnare le altre virtù. Intanto avverta chicchessia Seminarista ad esser totalmente sottoposto a chi governa il Seminario…non vi sia tra i seminaristi questione sui natali o discendenza…siano persuasi ad essere tutti simili”[7].
Il primo problema, per i Pastori diocesani e per l’intera comunità ecclesiastica di Muro, fu la creazione di un patrimonio economico specifico del Seminario, per il bene di alunni, docenti e rettori, nonché in grado di garantire l’efficienza e l’efficacia della struttura in sé.
Tutto ciò fu possibile grazie all’imposizione di una tassa applicata a tutti i benefici ecclesiastici[8], di diversa natura e grado, il cui ricavato sarebbe stato esclusivamente utile “per le spese d’impianto e per costituirgli una dotazione che fosse stata sufficiente al mantenimento ed alla istruzione degli alunni”[9].
Sin da subito, grazie a mons. de Cittadinis, furono aggregate le rendite di ben 5 benefici di Muro Lucano, tanto che annualmente si percepiva più o meno 70 ducati in denaro, tomoli 76 di grano e 54 some[10] di mosto.
Dal 1675, sotto mons. Pacella, vi fu un aumento di capitale per le entrate del Seminario, ad opera della beneficenza[11].
L’8 settembre 1694 il Seminario, la cattedrale, l’episcopio e due terzi delle abitazioni muresi vennero distrutte dal terremoto[12]. Dopo il sisma, fu necessario rinforzare le murature esterne.
Le camerate furono gravemente danneggiate, in modo particolare quelle poste ai piani inferiori, dedicate all’Assunta, che divennero anguste al pari di un vero carcere criminale[13]. Lo storico murese Martuscelli dice esplicitamente circa quest’ultimo ambiente “…ed io non so come abbiano potuto dimorarvi i seminaristi, benché i più grandi, senza prendere un malanno”.
Da angusti spazi, per lo più freddi ed umidi, di cui il Seminario disponeva, si passò col tempo ad un edificio degno della sua funzione.
La cappella interna del Seminario, secondo quanto afferma il vescovo Manfredi, era dedicata a san Gregorio taumaturgo, “avente una porta alla strada e l’altra al cortile del Seminario”, edificata dalla duchessa di Gravina, Giovanna Frangipane della Tolfa, madre del futuro pontefice Benedetto XIII, intimo amico del Manfredi[14].
Se nel 1617 in Muro vi erano appena 15 alunni, che imparavano solo la “dottrina cristiana sotto il maestro di scola”, con il vescovado di mons. Manfredi, visto anche il notevole accrescersi delle sue rendite, aumentarono di molto anche gli alunni. Perché il Seminario “havesse le sue officine più comode” venne trasferito in altra sede il refettorio, per dare più decoroso allo stesso, ed al suo fianco fu posta la cucina, perché i luoghi precedentemente deputati a tal funzione risultavano molto umidi[15].
L’ex cucina, fu poi da Manfredi adibita a stanza per gli esercizi spirituali, valorizzando il ruolo anche della preghiera personale e della meditazione nel cammino di preparazione al sacerdozio.
Con il tempo, si giunse ad una piena regolamentazione del Seminario, che fu dotato di uno statuto e di un regolamento simile a quello in vigore nel Seminario di Benevento, dove lo stesso vescovo grottolese aveva potuto studiare[16].
Muro Lucano è stato l’unico luogo di preparazione ecclesiastica di Basilicata dove si insegnava il canto gregoriano.
Il 5 settembre 1725, papa Benedetto XIII, con motu proprio, incrementò i possedimenti del Seminario di Muro[17].
La modalità e quantità di ingresso in Seminario da parte degli aspiranti chierici, nonché lo stile di vita che gli stessi dovevano assumere, fu stabilito secondo le norme già applicate da san Carlo Borromeo a Milano e dallo stesso Benedetto XIII. In Seminario non venivano accolti seminaristi maggiori di 12 anni, perché considerati non più immondi e scevri dai piaceri e dai vizi della vita mondana[18]. L’età veniva attestata tramite la presentazione del certificato di battesimo.
Non solo aspiranti sacerdoti, ma anche i laici erano ammessi a frequentare il Seminario, purché si attenessero a regole ben precise, a cominciare dal vestiario, che doveva essere allo stesso modo di quello dei seminaristi. Gli uni dagli altri si differenziavano solo dalla presenza o meno della tonsura.
L’abito usato in Seminario “…consiste in una sottana di seta paonazza, talare, colle mostra delle maniche, e bottoni cremisi, havente cucito il collaretto della stessa saja, e colore, col collarino pulito, all’uso romano, si cingevano d’una fascia, o sia cinta di capisciola pure paonazza, sopra di questa sottana useranno una zimarra nera, ed adopereranno la beretta clericale, ma non già il berrettino in chiesa. Useranno il cappello fuor di casa col cordone vero di pelo. Anche le calze saranno nere e paonazze. La sottana curta, che useranno in casa, sia tutta nera. Nere anche saranno le scarpe, con fibie semplici. La cotta dovrà essere lavata quattro volte all’anno, a Natale, nella Maggiore Eddomanda, nel Corpus Domini ed all’Assunta. Ognuno doveva avere rosario, breviario, un libro spirituale, la Dottrina Cristiana del card. Bellarmino ed un testo di regole di galateo. Nella stanza il letto, la disciplina, il quadro del crocifisso ed il genuflessorio”[19].
Per essere ammessi, era indispensabile presentare relativa domanda al Vescovo, in modo da avviare un iter di indagine sul candidato.
Agli alunni esterni veniva inoltre richiesto di dimostrare delle garanzie economico – patrimoniali, che in caso di cessazione anticipata del corso scolastico non sarebbero più state restituite. Dopo un ritiro spirituale preventivo di dieci giorni, vi era un vero e proprio esame per la verifica di tutti i requisiti.
Indispensabile, verso la fine del corso di studi, quando si diventava ormai ordinandi, era la presenza del sacro patrimonio a disposizione dei futuri sacerdoti[20].
Le porte del Seminario erano chiuse ai “mal sani”, la cui malattia si sarebbe potuta solamente accentuare nel tempo, mentre il posto per i poveri era riservato a quelli “più civilmente nati”.
La vita quotidiana, i rapporti interpersonali, il tempo, i luoghi: niente era lasciato al caso, ma tutto era sottoposto a ferrea disciplina.
Era vietato ai seminaristi, ad esempio, stringere legami di amicizia più solidi con alcuni ed altri meno solidi con altrettanti, così come non si potevano scambiare doni personali tra studenti senza il consenso del Rettore[21].
Il verificarsi di un furto, il cui artefice risultasse anonimo, veniva trattato e risolto distribuendo in maniera equa l’entità di quanto sottratto a discapito degli occupanti l’intera camerata, che veniva così costretta a contribuire per il risarcimento del danno[22]. Le visite da parte di parenti erano ammesse, a condizione che durante i colloqui, da tenersi davanti la porta, il seminarista fosse accompagnato da un superiore ed il tutto si svolgesse in maniera molto celere.
Anche mons. Gigli, intervenendo per regolamentare la vita del Seminario, porrà due articoli oggi considerabili abbastanza restrittivi sotto il profilo della libertà personale:
“Art. 3. Ciascuno alunno è nell’obbligo di far leggere al Rettore le lettere che manda o riceve da parenti e amici; l’avviserà dei difetti del compagno acciochè si emendi e facendo il contrario, sarà stimato reo egualmente che il delinquente”;
“Art. 14. Il clima freddo vuole che si faccia uso del fuoco in tempo d’inverno il quale però sarà moderato per non rendere i giovani troppo delicati e si comincerà quando il Rettore ne stimerà il bisogno” [23].
Ogni servizio, da prestarsi per il bene comune, veniva svolto a turno, per un preciso lasso di tempo, dagli stessi seminaristi.
Nel Refettorio, ad esempio, prima del pranzo, si dovevano preparare le suppellettili, le saliere, i boccali, le candele ed altro. Ognuno avrebbe lavato le mani nella camerata prima di avervi accesso[24].
Mentre si mangiava, si ascoltava la lettura ad alta voce di un libro. Dentro la salvietta, predisposta per ognuno, era posto il coltello e la forchetta.
Tutto il cibo veniva consumato nel refettorio, poiché a nessuno era lecito tenere roba commestibile segretamente ed in altri luoghi.
Le ricreazioni si svolgevano dopo il pranzo e dopo la cena e consistevano in “discorsi onesti” e nel “giuoco della palla nel giardino”, con la condizione che “…nel gioco non vi siano scommesse in denaro. Ogni altro gioco resti interdetto” [25].
Chi fosse stato beccato a dormire nudo nel suo letto, sarebbe stato “penitenziato di un cavallo la mattina seguente”.
Anche per il Seminario era necessario disporre di un proprio archivio, con un inventario redatto dal Rettore, che doveva contenere tutte le scritture relative alla vita dello stesso ente ecclesiastico. Il vescovo Manfredi ordinò la creazione dell’Archivio del Seminario a Muro[26].
Non solo quanto si verificava tra le mura del Seminario era oggetto di regole, ma anche la vita extra moenia dei seminaristi era oggetto di restrizione.
Per strada, essi non potevano parlare con chiunque avessero incontrato. Dovevano, inoltre, procedere a due a due ed avanti poteva andare il più grande, rendendo, a capo scoperto, onore ai luoghi sacri e ad eventuali superiori che incontravano lungo il tragitto[27].
Nel periodo di licenza, due seminaristi non potevano incontrarsi, pena la punizione del “cavallo”.
Durante le vacanze, i seminaristi potevano uscire una volta alla settimana, ma non era loro concesso camminare per più di un miglio. In estate, dopo le 22, c’era ben un’ora e mezzo di libera uscita[28].
Il Seminario di Muro raggiunse l’apice del suo splendore nel 1767, con mons. Carlo Gagliardi, anche se la vera notorietà del Seminario murese, dentro e fuori i confini regionali, si ebbe a partire dal 1778, con mons. Nicola De Luca, il quale allestì al suo interno una biblioteca di opere letterarie, filosofiche e storiche[29].
In tal modo, la fama della struttura aumentò al punto di essere frequentato da alunni provenienti non solo da paesi situati dentro i confini regionali, ma anche dalla Campania e dalla Calabria. L’alto livello degli insegnamenti offerti e degli strumenti didattici utilizzati permisero lo svilupparsi di una nuovo gruppo clericale, certamente molto più colto ed aperto dei precedenti, la cui testimonianza più viva fu l’adesione di alcuni docenti ed alunni ai moti della Rivoluzione Repubblicana del 1799[30].
Nel 1823, per ordine del Ministero per l’Istruzione Pubblica, fu temporaneamente chiuso il Seminario a Muro Lucano, visto che in esso “avvennero gravissimi disordini ed offese alla morale”[31].
Sotto mons. Tommaso Antonio Gigli si sentì nuovamente bisogno di locali per contenere gli alunni, sempre più numerosi. Si elevarono le mura delle due vecchie camerate, delle quali la superiore aveva assunto il nome “san Tommaso” e si ottennero due vani spaziosissimi, dei quali uno venne adibito a dormitorio, e l’altro, diviso in cinque scompartimenti, per le scuole.
Fu un’opera importantissima, anche se più di tutte fu utile la comunicazione interna con la cattedrale, attraverso l’episcopio, ottenuta grazie ad un cavalcavia, come ricorda anche la lapide:
D.O.M.
Partem hanc aedis ut e clericali lycaeo
palatium et basilicam alumnis adire comodius sit
et episcopo clericorum oares observare
Fr. Thomas Ant. Gigli Cryptolensis Muranus antistes
ae. S. F. C. A. S. MDCCCXLI praesul. Sui IX
et monumentum hoc ad aliorum animos excutendos
lycaei rector P[32].
Dopo quest’epoca, vi fu una lunghissima sosta nella realizzazione di ulteriori lavori: il Seminario, travolto dalla rivoluzione del 1860, restò chiuso per parecchi anni.
Si riaprì solo in seguito all’unificazione nazionale, al ritorno dall’esilio imposto a mons. D’Ambrosio, ma per contenere pochi alunni, che poterono benissimo convivere in un solo ambiente dormitorio.
Le rendite si assottigliavano sempre più e ciò non era di buon auspicio.
Dal 1896, si ebbe una definitiva trasformazione: il Seminario non ospitò più solamente i seminaristi, ma anche il Ginnasio statale, diviso in cinque classi, seguendo i normali programmi didattici governativ![]()
[1] CESTARO Antonio, Geronimo Seripando e la Chiesa del suo tempo, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1997. p. 584.
[2] GRECO Maria Teresa, Toponomastica di Muro Lucano, RCE edizioni, Napoli, giugno 2001. pp. 24-25.
[3] Synodus Murana ab Fr. Thoma Ant. Gigli episcopo, Napoli, Tipografia Gaetano Reale, 1842. p. 172.
[4] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 396.
[5] Synodus Murana ab Fr. Thoma Ant. Gigli episcopo, Napoli, Tipografia Gaetano Reale, 1842. p. 172.
[6] DE ROSA Gabriele, Tempo religioso e tempo storico, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1987. p. 254.
[7] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 404.
[8] Per beneficio ecclesiastico, si intende una proprietà immobiliare concessa in usufrutto ai chierici per compenso dei loro uffici. Alla morte del fruttuario, ritornavano alla Chiesa. Per mezzo di tale istituto giuridico, coloro che dotavano un altare o una cappella, disponevano anche del beneficiato, per lo più i preti di famiglia o coloro che appartenevano al ramo, e potevano trasformare il beneficio a loro piacere e giudizio.
[9] MARTUSCELLI Luigi, Numistrone e Muro Lucano, Napoli, Stabilimento Tipografico Pesole, 1896. p. 403.
[10] Vedi nota n° 2 in MARTUSCELLI Luigi, Numistrone e Muro Lucano, Napoli, Stabilimento Tipografico Pesole, 1896. pag. 403. Le some a Muro Lucano erano costituite da 2 barili di 4 caraffe di 33 once.
[11] MARTUSCELLI Luigi, Numistrone e Muro Lucano, Napoli, Stabilimento Tipografico Pesole, 1896. p. 403.
[12] GRECO Maria Teresa, Toponomastica di Muro Lucano, RCE edizioni, Napoli, giugno 2001. p. 26.
[13] MARTUSCELLI Luigi, Numistrone e Muro Lucano, Napoli, Stabilimento Tipografico Pesole, 1896. p. 403.
[14] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 396.
[15] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. pp. 396-397.
[16] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728.
[17] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 398.
[18] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 400.
[19] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 408-409.
[20] VARUOLO Pietro, Contributo alla storia di Grottole, Matera, Bmg, 2002. p. 35. per poter accedere al sacerdozio l’aspirante doveva ottenere l’assenso del Vescovo, ma soprattutto dimostrare di possedere dei bei che ascendessero almeno a circa 500 ducati. Per mettere insieme tale somma vi concorrevano prima i genitori e spesso anche i parenti più prossimi.
[21] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 405.
[22] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 406.
[23] Synodus Murana ab Fr. Thoma Ant. Gigli episcopo, Napoli, Tipografia Gaetano Reale, 1842. pp. 176-177.
[24] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 417.
[25] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 418.
[26] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 421.
[27] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 408.
[28] Prima Diocesana Synodus Murana…Dominico Antonio Manfredo Episcopo…1,2,3 Maij 1728, Benevento, Tipografia Arcivescovile, 1728. p. 418.
[29] GRECO Maria Teresa, Toponomastica di Muro Lucano, RCE edizioni, Napoli, giugno 2001. pp. 24-25.
[30] GRECO Maria Teresa, Toponomastica di Muro Lucano, RCE edizioni, Napoli, giugno 2001. pp. 24-25.
[31] Il libero pensiero Giornale dei Razionalisti, anno I, Milano, Gareffi, 1860. p. 222.
[32] MARTUSCELLI Luigi, Numistrone e Muro Lucano, Napoli, Stabilimento Tipografico Pesole, 1896. p. 408.
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