
Mentre diversi storici attribuiscono la fondazione del Seminario di Melfi al vescovo di Melfi e Rapolla, mons. Lazzaro Carafino, originario di Cremona, nel 1623, Viscardi, nel suo saggio, svela nuove vicende circa la fondazione di questo Seminario.
La ricerca di Viscardi nasce da una precisa osservazione: l’autore riteneva strano che una Diocesi importante e ricca come quella di Melfi avesse avuto problemi ad istituire, in maniera celere, un Seminario in città dopo il Concilio di Trento.
Dai suo scritti, infatti, si evince come egli abbia trovato documentazione nell’Archivio Segreto Vaticano, in cui mons. Placido della Marra, vescovo melfitano dal 1594 al 1620, stabilisce norme cinquecentesche per il Seminario[1].
Se esistevano delle regole, doveva, per forza di cose, esistere anche già la struttura sulla quale applicarle.
Nel 1590 in Melfi non vi era un Seminario, ma una scuola dove si poteva apprendere grammatica, canto, musica e cerimonie sacre[2].
Nelle Regole di della Marra, si legge che i seminaristi dovevano dormire in stanze capienti, massimo due alla volta ed in letti separati. Il suono del campanello avrebbe scandito le ore e le fasi della giornata. Al mattino ed alla sera si svolgevano le orazioni quotidiane, così come prima e dopo i pasti[3].
La ricreazione era prevista per un’ora la mattina ed altrettanta alla sera e poteva svolgersi in giardino o fuori, a seconda delle indicazioni date dal Rettore. I chierici potevano passare il tempo libero solo in giochi onesti, senza mai fare scommesse in denaro[4].
Era vietato leggere autori classici quali Ovidio, Marziale, Lucillo, Tibullo e nella musica era vietato l’insegnamento di canti lascivi[5].
Al Rettore spettava il compito di tenere sempre aggiornato il libro con i conti del Seminario.
Subito dopo mons. Della Marra, fu nominato per Melfi mons. Desiderio Scaglia, cremonese, che non venne mai in Diocesi.
Carafino, il 19 dicembre 1622 fu nominato Vescovo di Melfi. Fu egli stesso a scrivere di aver fondato il Seminario, non tenendo conto di quanto realizzato dai suoi predecessori. Gli storici che hanno scritto del Seminario di Melfi, non avendo a disposizione la documentazione trovata nell’Archivio Segreto Vaticano, hanno preso per buono quanto detto da Carafino attribuendo a lui la fondazione del Seminario[6]. Carafino, dal canto suo, aggregò al Seminario le rendite di diversi benefici.
Dopo di lui, fu vescovo di Melfi Diodato Scaglia, arrivato in Diocesi nel 1626, che concesse annualmente l’ingresso in Seminario a 4 chierici poveri. All’arrivo della peste del ‘600, il Seminario risultava già da molti anni estinto[7].
Nel 1665, il vescovo Luigi Branciforte afferma che nel Seminario si trovavano 12 alunni che studiavano grammatica, umanità e morale, sotto un dotto maestro, conducendo vita esemplare[8].
Mondilla Orsini, Vescovo di Melfi (1724 – 1730), in appendice al suo Sinodo del 1725, riporta le “Regole da osservarsi dai Chierici del Sagro Seminario di Melfi, cavate da gli Atti di S. Carlo Borromeo”[9].
Pasquale Teodoro Basta, vescovo di Melfi e Rapolla per volere di Benedetto XIII dal 1748, dotò il Seminario e tutta la popolazione diocesana di una splendida biblioteca, qualitativamente apprezzabile per i volumi in essa contenuti. Le opere librarie in essa contenute però, già a metà del XIX secolo risultavano per la gran parte disperse[10].
I Seminari lucani di Melfi, Matera e Muro Lucano godettero della fama di buoni centri di cultura, in un’epoca in cui l’istruzione e l’alfabetizzazione delle masse popolari era di esclusiva pertinenza ecclesiastica. Lo Stato, infatti, si farà carico dell’istruzione pubblica soltanto dopo l’espulsione dal Regno di Napoli dei Gesuiti, avvenuta nell’anno 1767[11].
Non tutto il clero si formava nei Seminari. La maggior parte dei chierici riceveva formazione nelle chiese ricettizio, presso i sacerdoti più anziani ed attraverso un lungo formulatus prima di pervenire al sacerdozio ed alla “partecipazione” alla massa comune dei beni e delle rendite, per cui il ruolo del “seminario”, in generale, si rivelò più vantaggioso per i ceti emergenti provinciali che non per la stessa chiesa, la quale, nel frattempo, dopo il Concordato del 1741 si fermò ad arrestare l’evidente calo di vocazioni autenticamente ispirate alla vita consacrata[12].
Il Seminario di Melfi fu distrutto dal terremoto del 14 agosto 1851[13].
La struttura era gestita dai Somaschi.
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[1] VISCARDI Giuseppe Maria, Il Seminario di Melfi dalle origini sino all’episcopato di Diodato Scaglia (1590 – 1644) sta in Rassegna Storica Lucana n°15, Venosa (PZ), Osanna, 1992. pp. 94 – 95.
[2] VISCARDI Giuseppe Maria, Il Seminario di Melfi dalle origini sino all’episcopato di Diodato Scaglia (1590 – 1644) sta in Rassegna Storica Lucana n°15, Venosa (PZ), Osanna, 1992. p. 100.
[3] VISCARDI Giuseppe Maria, Il Seminario di Melfi dalle origini sino all’episcopato di Diodato Scaglia (1590 – 1644) sta in Rassegna Storica Lucana n°15, Venosa (PZ), Osanna, 1992. p. 103.
[4] VISCARDI Giuseppe Maria, Il Seminario di Melfi dalle origini sino all’episcopato di Diodato Scaglia (1590 – 1644) sta in Rassegna Storica Lucana n°15, Venosa (PZ), Osanna, 1992. p. 104.
[5] VISCARDI Giuseppe Maria, Il Seminario di Melfi dalle origini sino all’episcopato di Diodato Scaglia (1590 – 1644) sta in Rassegna Storica Lucana n°15, Venosa (PZ), Osanna, 1992. p. 105.
[6] VISCARDI Giuseppe Maria, Il Seminario di Melfi dalle origini sino all’episcopato di Diodato Scaglia (1590 – 1644) sta in Rassegna Storica Lucana n°15, Venosa (PZ), Osanna, 1992. pp. 107-108-111.
[7] VISCARDI Giuseppe Maria, Il Seminario di Melfi dalle origini sino all’episcopato di Diodato Scaglia (1590 – 1644) sta in Rassegna Storica Lucana n°15, Venosa (PZ), Osanna, 1992. pp. 113 – 114.
[8] VISCARDI Giuseppe Maria, Il Seminario di Melfi dalle origini sino all’episcopato di Diodato Scaglia (1590 – 1644) sta in Rassegna Storica Lucana n°15, Venosa (PZ), Osanna, 1992. p. 116.
[9] VISCARDI Giuseppe Maria, Tra Europa e “Indie di quaggiù”, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2005. p. 137.
[10] D’AVINO Vincenzo, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie del Regno delle due Sicilie, Napoli, Ranucci, 1848. p. 329.
[11] DE ROSA Gabriele e VOLPE Francesco, Il venerabile Lentini nella storia sociale e religiosa della Basilicata, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1987. p. 46.
[12] DE ROSA Gabriele e VOLPE Francesco, Il venerabile Lentini nella storia sociale e religiosa della Basilicata, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1987. p. 46.
[13] MORONI Gaetano, Dizionario di erudizione storico – ecclesiastica, Venezia, Tipografia Emiliana, 1847. p. 169.
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