L’istituzione dei seminari nella riforma tridentina

Papi, cardinali e vescovi, impegnati nel Concilio di Trento, non trascurarono il problema dell’istruzione ecclesiastica, che era alla base di ogni altro passo riformistico.
Da più parti era giunta la denuncia di un clero ignorante, corrotto e corruttibile a causa dell’impreparazione culturale e spirituale.
Già alcuni uomini illuminati di Chiesa, prima dell’istituzione tridentina dei Seminari, avevano inteso l’esigenza e l’importanza dell’istruzione per il Clero, dando vita, nel secolo XV, a collegi per la formazione ecclesiastica. I cardinali Domenico Capranica e Stefano Nordini, sant’Ignazio di Loyola istituirono i celebri collegi Romano e Germanico, l’uno per gli insegnanti e l’altro per gli alunni. Il loro esempio fu subito imitato dal cardinale Reginaldo Pole, Arcivescovo di Canterbury, che, con il decreto del 10 febbraio 1556, istituì i seminari in Inghilterra[1].
L’esempio e l’esperienza di questi primi istituti fornirono ai riformatori tridentini l’esempio per i futuri Seminari.
Con il decreto De reformatione, approvato nella XXIII sessione del 15 luglio 1563, si ebbero precise indicazioni per luoghi, strutture, insegnamenti e docenti necessari alla formazione dei ministri della Chiesa Riformata ed ormai intaccata e attaccata dalle sette protestanti[2].
Al Concilio parteciparono i vescovi delle Diocesi lucane di Matera ed Anglona, cioè Sigismondo Saraceno e Giampaolo Antonio Amanio[3].
L’istituzione dei Seminari fu ritenuta talmente importante per il grande beneficio spirituale che avrebbe arrecato alle singole Diocesi della Chiesa, che il cardinale Sforza Pallavicini ebbe a dire: “…ove altro bene non si fosse tratto dal presente Concilio, questo solo ricompensava tutte le fatiche e tutti i disturbi,come quell’unico strumento il quale si conosceva per efficace a riparare la scaduta disciplina: essendo regola certa, che ogni repubblica tali abbiano i cittadini, quali li alleviamo…”[4].
Sulla scorta delle indicazione scaturite da Trento, papa Pio IV diede per primo l’esempio, aprendo il suo Seminario il giorno 1 febbraio 1565, anche se suo nipote, il santo arcivescovo milanese Carlo Borromeo, già dal 1564, ne aveva fondato uno proprio nel capoluogo di regione lombardo.
La formazione del Clero cambia nel momento in cui non vi era soltanto bisogno di chi amministrasse semplicemente i sacramenti, ma si rendeva necessaria una profonda revisione pastorale del ruolo del sacerdote nel suo territorio di appartenenza e del suo operato, modulando la tipologia di percorso formativo da compiere secondo le direttive poste dall’Ordinario Diocesano[5]. Diventerà dunque centrale il ruolo dei Seminari nella formazione del clero, che continuerà, sino alla Restaurazione, a costituire una parte del tutto secondaria dell’apprendimento del clero in termini di cultura letteraria, liturgica e teologica.
Il decreto tridentino aveva previsto che ogni chiesa cattedrale avesse il suo Seminario, sempre però pro modum facultatum, et diocesis amplitudine. Si potevano dunque avere diocesi facoltose, capaci di erigere più di un Seminario oppure diocesi meno ricche, unite aeque et principaliter[6]. C’erano poi diocesi così piccole o povere che il Seminario proprio non se lo poterono mai permettere, o solo per brevi periodi storici. Anche laddove si pagavano regolarmente le tasse per il Seminario, quanto raccolto in diocesi non riusciva a sopperire in maniera totale e completa al mantenimento della struttura di formazione religiosa, visti i notevoli privilegi di esenzione concessi negli anni da vari Concili o da disposizioni apostoliche. Moltissimi ordini religiosi, ivi compresi i Cavalieri di Malta, erano estranei dal pagamento della tassa pro Seminario, cosicché la pressione fiscale gravava esclusivamente, ed in modo sempre più pressante, sui beni vescovili, su quelli parrocchiali, sulla Mensa Vescovile e su quelle Capitolari[7].
Circa le scelte fiscali adottate dall’Ordinario Diocesano, a cominciare dalla metà del Settecento, per evitare di sottoporre sempre e comunque i Vescovi a sopportare vertenze legali in materia di decisioni assunte per il bene del territorio ad essi sottoposto, si adottò la consuetudine di richiedere il regio placet o approvazione del Sovrano su provvedimenti adottati dall’Ordinario.
Sin dalla metà del Seicento, la Curia Romana avvertì le difficoltà finanziarie dei Seminari e, nell’ambito della riforma voluta da Innocenzo X, mirante a ridimensionare il peso degli Ordini Religiosi sul piano ecclesiastico, molti beni sottratti ai Conventi soppressi, per disposizione pontificia, furono devoluti per rimpolpare gli scarni bilanci dei Seminari.
Il canale però più dispensatore di risorse, nei confronti dei Seminari, fu soprattutto rappresentato dagli enti locali, in primis le Università, che, in cambio di posti di studio per i giovani, elargivano risorse in denaro.
Nel ‘700 i vari stati avevano colto gli interessi strategici della professionalizzazione del clero, avviando un’azione sinergica per la costituzione ed il sostentamento delle entità di formazione clericale presenti nei singoli territori, dalle più grandi sino alle più infime Diocesi[8].
Alcuni Vescovi, come mons. Della Gherardesca a Firenze, nel 1720, istituirono persino il gioco del lotto per dare respiro alle casse del Seminario.
Alla fine del Settecento, nel quadro di una sempre più reale politicizzazione del clero, Napoleone Bonaparte imporrà, nella primavera del 1810, gli articoli gallicani come norma d’insegnamento comune nei Seminari, nelle scuole e nelle università dell’intero Impero Francese[10].
Anche nella fondazione dei Seminari riemerge la contraddistinzione di fondo tra il sistema patrimonialistico e privatistico su cui continuava a reggersi, nonostante alcuni correttivi introdotti a Trento, tutta l’organizzazione ecclesiastica e le esigenze pastorali proclamate in quel Concilio.
Solo i governi illuminati riusciranno a sbloccare, con intendimenti del tutto diversi da quelli della Curia Romana, i meccanismi oligarchici e patrimoniali che erano d’ostacolo alla libertà d’azione e di indirizzo pastorale dei Vescovi.
Solo il rapporto vero e diretto del Vescovo con il suo territorio, il suo spendersi per esso e con esso favorirà una nuova stagione dei Seminari, fatta di maggiori attenzioni del Pastore verso la chiesa locale a lui affidata[11].
I Seminari nati in Italia, nel corso del tempo, si dividono principalmente in tre categorie di appartenenza, dal punto di vista della qualità della vita e degli studi che si svolgeva in essi: modello Lombardo (il più evoluto e completo in assoluto); modello Veneto o Toscano (di qualità media); modello Napoletano (non all’altezza dei precedenti due).
Inoltre, è possibile effettuare una seconda differenziazione dei Seminari, a seconda dei frequentatori degli stessi, di cui si ricordano le principali tre insiemi: Seminari puri (frequentati solo da aspiranti sacerdoti); Seminari misti (con alunni interni ed esterni); Seminari collegi (con alunni interni ed altri posti a regime di collegio).
Già il IV Concilio Ecumenico Lateranense, tenutosi nel 1215 sotto Innocenzo III, aveva stabilito la formazione di scuole cattedrali, che saranno poi riorganizzate secondo le direttive date dal Concilio di Trento[12].
Per nascita di un Seminario, quindi, non va inteso il vecchio Collegio della Cattedrale o istituti senza né sedi né regolamenti. Si deve cominciare a parlare di Seminario in una Diocesi quando si ha di fronte un ente che gode di un proprio patrimonio e che è pienamente sottoposto al controllo dei deputati e del Vescovo, disciplinato da solide e precise norme.
Ci sono alcune cause oggettive che ritardarono praticamente la formazione dei Seminari voluta dalla riforma tridentina. Era necessario innanzitutto procedere all’erezione canonica del Seminario, per cui il Vescovo era chiamato a stabilire le attribuzioni patrimoniali dell’istituto.
Di norma, quattro Canonici sovrintendevano all’erezione ed alla collazione delle rendite da attribuirsi al Seminario ed altri due ne stabilivano i programmi di studio da seguire[13].
I deputati designati duravano sino al rinnovo delle cariche stabilite dal Vescovo. Essi servivano come organo consultorio obbligatorio per l’Ordinario, che comunque sia era l’ultima persona a pronunciarsi in questioni riguardanti il Seminario ed era colui che assumeva praticamente le decisioni.
Da questo processo di ammodernamento pastorale, usciva indebolito il Capitolo cattedrale, l’organismo più contrario alla nascita del Seminario, poiché vedeva sorgere un ente atto alla creazione dei futuri sacerdoti, alle strette dipendenze del Vescovo. In tal modo si indeboliva il ruolo predominante che fino a quel momento i canonici appartenenti alle cattedrali avevano avuto nei confronti dei novelli sacerdoti provenienti dalle città sedi vescovili e da tutto il territorio diocesano[14].
I seminaristi, dal canto loro, furono sicuramente meno costretti ad assumere atteggiamenti “servili” nei confronti del clero locale.
Il Rettore era il punto cardine del Seminario, colui che riceveva in affidamento i beni e li amministrava, coadiuvato da un collegio seminariale, organo prevalentemente di consultazione.
L’erezione canonica era indispensabile che succedesse ad un decreto apostolico o vescovile in tal senso, che permetteva al Seminario di essere assimilato ad un luogo pio, di godere di tutti i privilegi di questi enti, compresa la totale esenzione da tributi e tasse civili[15].
Per decreto del concilio tridentino, il Seminario godeva degli introiti provenienti da una particolare tassa applicabile su tutti i benefici della Diocesi, della Mensa Vescovile e delle Cappellanie.
Per i Seminari sorti antecedentemente al giorno 11 luglio 1567, si approvò l’introito stabilito da san Carlo Borromeo nella Diocesi di Milano, pari al 10% delle entrate del clero beneficiato, il che aveva creato gravi dissidi tra i sacerdoti, tanto che il pontefice Pio V decise di ridurre al 5% delle entrate canoniche la somma da versare per i Seminari sorti dopo il luglio 1567[16].
Nel Seicento, si comprese l’utilità dei Seminari che svolgevano, oltre ad un’azione di educazione dei giovani, anche altre “per il pubblico bene delle diocesi, per il servizio delle chiese e per l’incremento del culto divino”[17].
Papa Benedetto XIII, con la Costituzione Apostolica Creditae nobis, del 9 maggio 1725, creò una speciale Congregazione dei Seminari o Ministero della Istruzione Ecclesiastica, con il fine ben preciso di promuovere la fedele ed universale applicazione del decreto tridentino[18].
Più tardi, il pontefice Benedetto XIII, nel 1726, con la sua “Instruzione sopra la Tassa da imporsi, o pagarsi per l’instituzione , e mantenimento rispettivamente de’ Seminari…” si preoccupa di responsabilizzare ulteriormente il Vescovo ed il clero a contribuire all’istituzione e conservazione dei Seminari.
L’ecclesiologia cristiana, nel suo processo di evoluzione, si sforzava di convalidare l’idea del Seminario come istituto al servizio dell’intera Diocesi, ma molte furono le difficoltà incontrate in particolar modo per obbligare alla contribuzione in favore dei Seminari. Le religiose, ad esempio, erano obbligate a contribuire in quanto il Seminario forniva loro i confessori ed i padri spirituali o direttori di coscienza.
Ma fu il Clero beneficiato che più di tutti fu recalcitrante nei confronti dell’imposta diocesana per il Seminario, materia che ha spesso suscitato numerosi, diffusi e costanti litigi, che spesso mise in difficoltà i Vescovi, anche quelli più volenterosi, nel concretizzare le misure imposte dal concilio tridentino[19].
Nel Novecento, Pio XII, con motu proprio istituì, presso la Sacra Congregazione dei Seminari e Università degli Studi, la Pontificia Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche, quale “opus princeps ad tuendas, provehandas, iuvandas sacerdotales vocationes”[20].
L’opera delle vocazioni, pur aiutando i Seminari e le azioni per il reclutamento dei giovani aspiranti al sacerdozio, non riuscì ad ottenere significativi risultati. Infatti, papa Giovanni XXIII, con l’enciclica “Sacerdotii nostri primordia”, si rivolse ai sacerdoti, ai giovani, alle famiglie cristiane, alle organizzazioni cattoliche, affinché rinvigorissero ogni forma di zelo e, con l’aiuto dell’Onnipotente, potessero arricchire la Santa Madre Chiesa di numerose ed elette vocazioni.
Il Papa sostenne: “fore utique omnino confidimus, ut aetatis nostrae iuvenes, haud minus quam ante actis temporibus, Divini Magistri invitationi, ad necessariam hanc causam provehendam quod attinte, generose respondeant”[21].
Proprio papa Roncalli, che aveva istituito, nell’anno 1962, la Giornata del Buon Pastore, aprì il Concilio Vaticano II dicendo: “il punctum sapiens del Concilio non era tanto la discussione dei tanti problemi, quanto il magistero della Chiesa a carattere prevalentemente pastorale” e Paolo VI inaugurò la II sessione dello stesso Concilio, riprendendo il termine “pastorale”, ritenendolo “programmatico e glorioso”, perché il Concilio l’aveva fatto suo e vi aveva polarizzato le sue finalità riformatrici e rinnovatrici.
Paolo VI insisteva nella necessità della Chiesa di rinforzare le fila del suo esercito che si andava assottigliando. Egli, nel 1963, colse l’occasione della ricorrenza del IV centenario dell’istituzione dei Seminari, per rilanciare la loro opera con la Lettera Apostolica “Summi dei Verbum”, con la quale invitava la cristianità al rilancio delle vocazioni e promuoveva ogni opera per arrestare la crisi.
Si era di fronte ad una crisi non più di qualità, come nel ‘500 e ‘600, ma di quantità, perché il mondo contemporaneo che dissolveva, disgregava e distruggeva, allontanava dalle vocazioni e spingeva le nuove generazioni fuori dalla famiglie, fuori dalle parrocchie, lontano dalla Chiesa.
Paolo VI ebbe a sostenere che tra i motivi principali che indussero il Concilio di Trento ad istituire i Seminari fu “la malizia del mondo che si andava estendendo sempre più al ceto ecclesiastico e per lo spirito pagano che andava rinascendo nelle scuole dove era educata la gioventù. Le precedenti norme della Chiesa, per la preparazione dei futuri sacerdoti, apparvero inadeguate. Fu per ciò che nei secoli XV e XVI furono avvertiti maggiormente sia la necessità di una riforma generale dei costumi della Chiesa di Cristo, sia la necessità di preservare i giovani leviti dai pericoli che li minacciavano, assicurando loro una conveniente formazione in luoghi adatti, sotto la guida di sapienti educatori e maestri”[22].
Nella medesima Lettera Apostolica, Paolo VI, partendo da Gesù Cristo, divino modello di seminarista e di sacerdote, ripercorreva la storia, sottolineandone i buoni motivi dell’istituzione, l’importanza e la necessità per il reclutamento e la preparazione del clero.
Il Pontefice istituì la Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni, che completava e aiutava la Giornata Missionaria Mondiale. Invitò tutte le Diocesi a festeggiare l’evento e fece pubblicare un volume su “Seminaria Ecclesiae Catholicae”.
Nonostante gli impegni pontifici e le giornate “pro missioni” e “pro vocazioni”, le iscrizioni ai Seminari furono sempre limitate. La Sacra Congregazione dei Seminari lamentava una sensibile diminuzione degli alunni dei Seminari Minori, denunciata da ben 166 Diocesi italiane su 280, relativamente ai tre corsi delle scuole medie nell’anno 1963-64. Non mancava la preoccupazione causata anche dalla flessione degli alunni nei corsi superiori, e conseguentemente la riduzione delle ordinazioni di nuovi sacerdoti. Il 30 maggio 1964, si denunciò una diminuzione di 1431 seminaristi della scuola media, pari al 10% sul totale di quanti frequentavano la scuola media. Inoltre, le statistiche rilevarono che in un decennio si erano ordinati 7779 sacerdoti, ne erano morti 9679, con una perdita complessiva di circa 2000 preti.
Molti ritennero che la colpa della riduzione delle vocazioni fosse da addebitarsi all’istituzione della scuola media dell’obbligo.
Certamente era vero, perché con la nuova scuola molti ragazzi, favoriti da essa ed a contatto con un ambiente in evoluzione, attirati per giunta dalla vita più attiva che offriva la civiltà industriale, avviatasi al consumismo ed agli agi, preferirono il mondo del piacere e non quello del raccoglimento spirituale per prepararsi alla vita Pastorale e Missionaria.
[1] RAGUSO Fedele, Storia di un Seminario Gravina 1595 – 1990, Modugno (BA), Pubblicità & stampa, 1990. p. 7.
[2] SARPI P., Istoria del Concilio Tridentino, a cura di VIVENTI C., Torino, 1974, vol. II, pp. 1145 – 1148.
[3] CESTARO Antonio, Nicola Monterisi Arcivescovo di Salerno, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1996. p. 145.
[4] SFORZA PALLAVICINO P., Istoria del Concilio di Trento, ed. di A. M. ZACCARIA, Tom. IV, Roma, 1833, p. 344.
[5] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. p. 85.
[6] Si trattava di diocesi che costituivano un seminari sotto forma di consorziato, dove entrambe avevano diritti e doveri, specie in ambito di tasse.
[7] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. p. 102.
[8] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. pp. 87-88.
[10] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. pp. 107-108.
[11] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. p. 109.
[12] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. p. 88.
[13] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. p.92.
[14] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. p.93.
[15] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. p.95.
[16] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. p.96.
[17] BARBOSA A, Collectanea doctorum, sess. XXIII de Reform. Cap. XVIII sub n. 2a.
[18] Papa BENEDETTO XIII, Creditae Nobis, costituzione del 9 maggio 1725.
[19] SANGALLI Maurizio, Chiesa Chierici Sacerdoti, Roma, Herder editrice, 2000. p.98.
[20] Papa PIO XII, Motu proprio, per Pontificia Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche, in Acta Apostolicae Sedis, XXXII, Roma, 1941, p. 479; XXXV, Roma, 1943, p. 369.
[21] Papa GIOVANNI XXIII, Sacerdotii nostri primordia. Lettera enciclica, in Acta Apostolicae Sedis, LI, Roma, 1959, p. 577.
[22] Papa PAOLO VI, Summi Dei Verbum, in Acta Apostolicae Sedis, vol. LV, Roma, 1963, n°17, p. 979.