Clero e Rivoluzione in Basilicata

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La rivoluzione repubblicana del 1799 è stato un importante momento storico per la Basilicata perché per la prima volta un ceto come il clero storicamente neutrale e moderato nei suoi atteggiamenti, diventava principale protagonista della scena. Preti e vescovi capirono l’importanza dell’evento storico e svegliando le sopite coscienze popolari si presentarono in prima persona nella lotta repubblicana. La ricerca storica sugli eventi del 1799 è stata rinnovata da alcune letture storiografiche, particolarmente attente ad “un’analisi caratterizzata da valenza territoriale e comparata, portata avanti senza schemi ideologici e precostituiti, che consentono di cogliere aspetti sociali, strutturali e comportamentali di una realtà molto diversificata quale, appunto, quella del Mezzogiorno”1. All’interno di questa innovazione storiografica si è evidenziato come fossero superabili quelle tradizionali posizioni che inquadravano “un Nord italiano rivoluzionario e giacobino ed un Sud reazionario e sanfedista”2. Inoltre diventa sempre più importante rilevare come la Basilicata, nell’ambito della repubblicanizzazione delle province meridionali, costituisca un vero e proprio caso storico; fu proprio in questa provincia del regno di Napoli così vessata dal fiscalismo borbonico che il movimento rivoluzionario assunse un carattere più “diffuso, spontaneo e duraturo”3, anche se altrettanto spontanea, almeno nel primo periodo, fu la stessa controrivoluzione, la quale però non produsse un generale effetto di trascinamento come nelle altre province del Mezzogiorno4. D’altra parte, rivoluzione e controrivoluzione, non furono connotati da un’opposizione di classi nette ed omogenee5, né ad un uniforme andamento territoriale, bensì da una variabilità di rapporti di alleanze e di scontri sociali che hanno contraddistinto sia la fase di democratizzazione che quella successiva di restaurazione. In questo quadro assai articolato, di non poca importanza è stato l’atteggiamento del clero, vero protagonista delle vicende rivoluzionarie soprattutto grazie ad una sua diffusa presenza nelle municipalità democratiche6. L’analisi dei registri parrocchiali e di documenti degli archivi diocesani hanno consentito di ricostruire il vissuto dei sacerdoti del tempo in Basilicata, con particolare attenzione agli avvenimenti succedutisi nella Diocesi di Potenza facendo emergere quale fosse il loro humus culturale in rapporto alla loro età. La ricerca, condotta nei comuni di Potenza, Avigliano, Ruoti, Picerno, Tito, Baragiano e Pignola7, ha attinto dai registri parrocchiali dei battesimi e delle morti per quanto riguarda gli estremi anagrafici dei sacerdoti delle Diocesi Lucane, e per studiare l’azione di Giovanni Andrea Serrao, vescovo di Potenza, analizzata anche prendendo spunto da alcuni documenti rimasti nell’archivio diocesano di Potenza, pur con precondizionamenti derivanti da alcuni vuoti della documentazione archivistica che hanno impedito la ricostruzione della vita diocesana sotto l’episcopato del Serrao. L’analisi condotta però è riuscita a delimitare l’ambito di influenza di questo vescovo nella formazione dei sacerdoti ed è approdata ad un’ipotesi sull’impostazione scolastica data al seminario diocesano, riattivato proprio sotto il Serrao. Il tutto concorre a far comprendere come il clero lucano, grazie e nonostante la sua peculiarità ricettizia, abbia oggettivamente influenzato le menti illuministe e il popolo che animarono la scelta repubblicana del 1799. 2. Alla fine del Settecento la diocesi di Potenza contava circa 33000 abitanti distribuiti in maniera non omogenea fra gli otto comuni compresi nella sua giurisdizione. La diocesi comprendeva una zona che era prevalentemente costituita da un territorio aspro e montuoso. I paesi sorgevano lungo le falde e le cime dei monti che la mancanza di strade adeguate rendeva ancora più inaccessibili. La mancanza di pianure, l’assenza di porti e di reti stradali nevralgiche non davano alcuna possibilità ad un eventuale sviluppo del commercio8. Dal punto di vista demografico i paesi della diocesi avevano avviato già da molto tempo un incremento molto forte tanto che nella fascia nord occidentale9 della diocesi si passò dai 7150 abitanti del 1692 agli oltre 19000 del 1771, mentre quelli della fascia centro meridionale da 11500 non superarono le 13600 unità10. Dal punto di vista giuridico tutti i comuni erano sotto la giurisdizione feudale. Si può a ben diritto dire, quindi, che i comuni erano pienamente inseriti nel contesto territoriale e sociale della Basilicata del Settecento, che soffriva economicamente proprio per la mancanza di infrastrutture valide per il commercio e per via della pesante mano di un baronaggio ancora diffuso ed esoso11. Attorno alle grandi famiglie feudali12, che di solito non risiedevano mai nei loro possedimenti, si era creata una rete di nobili di provincia e di notabili che incentravano la loro ricchezza sulla terra o su una fitta rete di prestiti13. Questa presenza nobiliare, unita ad una borghesia ancora in nuce e ad un clero cospicuo per presenze e autonomo dai baroni e dai contadini14 produsse un effetto assai particolare sugli avvenimenti del 1799 in Basilicata e principalmente nei territori ricadenti sulla giurisdizione della diocesi di Potenza. 70 Giovanni Andrea Serrao, vescovo di Potenza (1792-1799) (da: E. Chiosi, Andrea Serrao, apologia e crisi del regalismo nel settecento napoletano, Jovene (NA), 1981, p. 17) 3. All’interno della provincia ecclesiastica di Basilicata, la diocesi di Potenza figurava come una piccola chiesa locale, suburbicaria di Acerenza, sede metropolitana dell’epoca. Era, la sede potentina, un luogo tutt’altro che ambìto dai vescovi, soprattutto per il clima inospitale e le ristrettezze economiche tanto che alcuni presuli avevano chiesto il trasferimento o l’avevano anche rifiutata come sede15. Era formata da dieci parrocchie; tre a Potenza e le altre distribuite in ciascuno dei rimanenti paesi. Erano tutte ricettizie innumerate; alcune, fra le quali la SS. Trinità e S. Michele a Potenza e le chiese di Avigliano, Picerno e Pignola erano anche collegiate16. Erano rette da arcipreti curati, coadiuvati dai rispettivi capitoli e cleri, ai quali era affidata la cura delle anime dalla quale nessuno poteva sottrarsi. Il capitolo cattedrale era formato da tre dignità (arcidiacono, arciprete e cantore), da nove canonici presbiteri e da due suddiaconi. Il panorama della chiesa ricettizia non rappresentava un’eccezione nel contesto diocesano, anzi costituiva, come nelle restanti diocesi della provincia ecclesiastica di Basilicata, il luogo in cui i sacerdoti vivevano il loro ministero e da cui traevano sostentamento. La ricettizia, com’è noto, era “un’associazione di preti locali, il cui patrimonio, di natura laica, era inizialmente costituito da famiglie gentilizie benestanti locali, nonché, talora dalle stesse Università. Tali chiese erano, perciò, caratterizzate dall’indole privata dei loro beni, che venivano gestiti in massa comune dai soli preti nativi del luogo che avessero avuto il privilegio di diventare partecipanti o proporzionari”17. Il clero partecipante si caratterizzava per il suo numero cospicuo e per l’irregolarità dei costumi, entrambi dovuti al fatto che l’attività ecclesiastica era considerata in genere una meta ambita alla quale si aspirava come ad un investimento sicuro, oltre che ad un grosso vantaggio per sé e per la propria famiglia18. Tuttavia questo tipo di sacerdote non era osteggiato dal popolo, anzi si era instaurato “un legame più saldo e duraturo di quanto potrebbe sembrare dalla letteratura delle relazioni ad limina. Il prete aveva un ruolo sui generis, non previsto dalle risoluzioni dei Sinodi o dei decreti che concludono le Visite Pastorali, un ruolo che spesso i vescovi, non conoscendo bene l’ambiente, non coglievano e non capivano”. Si può quindi sostenere che “struttura ecclesiastica e società erano reciprocamente tributarie di forme, tipi, atteggiamenti, comportamenti, cultura. Il denominatore comune era costituito dalla terra, che era uno strumento di sopravvivenza e per il contadino e per il prete”19. Oltre al clero anche la diocesi di Potenza subì l’influsso del rinnovamento regalista dovuto al concordato del 1741, secondo il quale il re di Napoli aveva la prerogativa di eleggere i vescovi del suo stato. La corte napoletana si rivelò molto più oculata nelle scelte rispetto alla Santa Sede: il governo teneva conto non solo delle doti degli eletti, ma anche delle situazioni di ogni particolare diocesi, oltre che dell’affidabilità e della devozione verso le istituzioni. Tutto il regno vide un nuovo nucleo episcopale formato da professori universitari, dotti religiosi, vicari generali e parroci stimati che cominciarono a mettere mano ad una seria riforma ecclesiastica. Anche Potenza, stando alle cronotassi, dall’anno del concordato fino alla fine del secolo ebbe sei vescovi eruditi e pastoralmente validi: quattro erano religiosi, un parroco e professore universitario e l’ultimo segretario dell’accademia reale20. Sicuramente l’azione pastorale di questi vescovi fu orientata all’edificazione del popolo di Dio e maturazione del clero, e fu anche per il loro forte attivismo che il clero potentino divenne una colonna dell’azione repubblicana del 1799.

4. Nell’ambito del movimento di repubblicanizzazione si può notare come il potentino sia stato fra i nuclei più attivi della repubblicanizzazione in Basilicata. Dai dati relativi ai “rei di Stato” emergono i nominativi di 34 sacerdoti diocesani e quattro religiosi su un totale di 130 preti e 12 frati21; essi furono presenti in tutti i comuni interessati dalla nostra ricerca eccetto Pignola che non si democratizzò se non agli sgoccioli dell’esperienza repubblicana22. La presenza di sacerdoti all’interno delle municipalità e delle guardie nazionali era determinante e di prestigio. Vicari, arcipreti, cantori, professori di teologia e dottori in utroque jure erano presenti nelle attività politiche e belliche dei comuni diocesani. Un’analisi attenta all’età del clero che partecipò ai moti ci dice che mediamente i preti erano per lo più giovani, fra i venti e i trent’anni, e con un grado culturale abbastanza elevato, cosa piuttosto insolita fra il clero ricettizio. 71 La presenza ecclesiastica è dunque diffusa e si distingue in ogni aspetto della vita municipale, dalle presidenze nelle municipalità alla partecipazione alle lotte armate. Risalta anche la giovane età dei sacerdoti, ma non si può parlare di un conflitto generazionale nel clero in quanto c’è anche una presenza stimabile di quarantenni. Il loro impegno politico era a tutto campo, ed andava dal semplice predicare in favore della repubblica alla partecipazione alla municipalità, all’intervento armato. Si può ben dire allora che l’attività del capitolo diocesano era innanzitutto orientata nell’istruire il popolo riguardo ai benefici della repubblica attraverso sermoni e prediche fatte per lo più in chiesa o davanti all’albero della libertà, poi nella gestione della vita politica con l’inserimento di preti culturalmente ben dotati e che ricoprivano incarichi ecclesiastici importanti e infine nella lotta armata che, probabilmente, deve aver visto soprattutto gli uomini formati nel sistema ricettizio, ma anche leve nuove formate nell’ambito culturale dell’Illuminismo. È il caso del sacerdote di San Michele Michelangelo Atella e dell’insegnante in seminario il chierico Nicola Isabella, i quali nonostante provenissero da due ambiti culturali diversi23 si impegnarono entrambi, come il Trotta, nella lotta armata. In quella “strana guerra sociale”24 che fu la rivoluzione del 1799 in Basilicata si può aggiungere il ruolo di un clero che non si può facilmente inquadrare come riottoso ed indisciplinato, ostile a qualunque elemento che avesse potuto scalfire la sicurezza economica della terra, ma invece ad un clero, o una parte di esso, attento all’evoluzione politica del suo tempo, capace anche di saper cogliere gli elementi di novità e di saperli indirizzare verso il bene di un popolo che non diffidò mai della parola della Chiesa25. In questo tema si inserisce la figura dei Giovanni Andrea Serrao, vescovo di Potenza dal 1783 al 1799. Un personaggio, questi, letto apparentemente come un simbolo in contrapposizione all’altra figura di spicco in campo episcopale, mons. Ludovico Ludovici, vescovo di Policastro e braccio destro del cardinale Ruffo26. Il Serrao si situa come uno dei soggetti determinanti nell’ambito dei processi innovativi che hanno fatto scaturire gli eventi del 1799. La sua azione pastorale, volta al miglioramento delle condizioni religiose della sua diocesi, produssero effetti molto concreti nella crescita culturale del clero diocesano. Le sue continue visite pastorali27 fatte con estrema puntualità, l’affanno nel voler riaprire il seminario diocesano28 sono indice del rinnovamento pastorale che egli si era prefissato di attuare. La riforma ecclesiastica, morale, liturgica operata dal Serrao non poteva non scalfire la vita usuale della Chiesa di Potenza. Il suo continuo richiamo al sinodo diocesano da lui celebrato e di cui non sono pubblicati gli atti sono il segno del rinnovamento ecclesiastico. Le uniche notizie che possediamo di questo evento sono quelle relative all’abito talare che egli impose ai suoi diocesani, che dovevano essere “esenti dall’affettatura secolaresca”, contro le invenzioni dei “modisti” soprattutto confacenti alla “gravità e modestia dell’Ordine”29. Le modalità del governo pastorale erano improntate sull’accentramento illuminato tipico della fine del Diciottesimo secolo, tant’è che al Serrao non sfuggiva nulla della sua diocesi30. Il suo sforzo di rinnovamento si concretizzò con la ricostruzione della cattedrale31 e nella pubblicazione di un Compendio della Dottrina Cristiana per la diocesi32, un vero e proprio manuale di pastorale catechetica. La chiave di volta del contributo del Serrao nella vita culturale potentina è stata quella di aver creato una scuola, l’unica in tutto il circondario, in cui si istruivano alle nuove idee dell’Illuminismo di cui lo stesso vescovo era portatore33 i chierici e i figli dei benestanti. Le notizie pervenute sui docenti, poi, non fanno che riconfermare questa ipotesi. Molti dei sacerdoti insegnanti sono iscritti nell’elenco dei “rei di stato”34. Senza contare che alcuni di loro li ritroviamo nei moti carbonari del 1820-‘2135. Purtroppo sull’argomento manca la quasi totalità dei documenti, dovuta al vero e proprio vuoto temporale che fa fare alla documentazione dell’archivio diocesano di Potenza un salto dal 1783 circa al 1805. Tuttavia la presenza di un libro mastro del seminario potrebbe far ipotizzare una non completa chiusura dell’istituto, ma solo un graduale 72 “congelamento” di alcune attività. Come si è detto, il Serrao diede un contributo determinante per la repubblicanizzazione di Potenza con la convocazione del parlamento popolare e del suo discorso a favore della repubblica36, ma anche qui c’è bisogno di sfatare un mito in cui lo si vedeva come uno che “si preoccupava di tutelare i privilegi della sua casta” cercando di allargarne le basi con l’educazione di una gioventù borghese “su cui contare nella lotta che egli aveva intrapresa contro l’assolutismo feudale”37, ma di un vescovo ben conscio del suo ruolo di pastore. Inoltre, il 27 febbraio di quell’anno, tre giorni dopo l’assassinio del vescovo, il clero stesso si fece avanti per calmare il popolo e tentare di ristabilire la pace organizzando una processione con la Reliquia del Sangue di Cristo, “affinché quella straordinaria e sacra cerimonia avesse ispirato idee di ravvedimento, di pace e di pubblica quiete”38. Il ristabilimento della municipalità a Potenza fu poi assai aiutata dall’intervento armato delle guardie municipali dei comuni limitrofi. 5. “Il clero, pur con l’opportuna distinzione tra capitale e provincia, mirò a preservare il paese dall’anarchia”39. La Chiosi così commenta i fatti del 3 febbraio 1799. In effetti anche nella diocesi di Potenza l’azione del clero è stata tesa ad evitare i risvolti sovversivi e violenti che una rivoluzione porta con sé. Gran parte del clero della diocesi di Potenza si distinse soprattutto nello sposare l’ideale repubblicano fino a difenderlo con le armi alla mano. Perché questo elemento così innaturale in una realtà, la Chiesa appunto, per sua natura moderata? Si potrebbe dire che il clero potentino fosse poco “ricettizio”, nell’accezione negativa del termine, e abbastanza aperto ai movimenti culturali che già da decenni circolavano nel regno di Napoli? Quanto il vescovo Serrao contribuì nella formazione di homines novi capaci di saper comporre una svolta sociale e religiosa? Quanto ha contribuito in ciò la riabilitazione del seminario diocesano che insieme al vescovo fu colpito dalla reazione?40 Queste domande sono oggi la pista di un maggior approfondimento per una migliore comprensione dell’evento rivoluzionario in Basilicata. Dal canto nostro si può solo dire che il clero della diocesi Potenza, giovane, abbastanza istruito e socialmente insostituibile, fece sue le speranze e gli ideali della rivoluzione napoletana pur tentando una continua moderazione di atteggiamenti che spesso sfociavano in congiure sanguinarie. Prova ne sia il fatto che accanto a sacerdoti che combatterono e caddero per la repubblica, ci sono altri che con cerimonie religiose, come la processione del Sangue di Cristo a Potenza all’indomani della morte del Serrao, vollero calmare gli animi e frenare il popolo da rappresaglie sanguinose. In conclusione la Repubblica del 1799 fu solo una illusoria meteora di democrazia, trovò nelle nostre genti un ostacolo insormontabile nell’incapacità delle stesse di comprendere i rudimentali concetti liberali. Il 1799 fu un fallimento ma non perché vi furono tradimenti od inganni, ma perché era un movimento senza forza. Essa fu solo la generosa illusione di un gruppo di giovani intellettuali che pretesero di poter attuare in un territorio fortemente arretrato culturalmente ed economicamente un regime che non trovava nessuna identificazione territoriale. La repubblica del 1799 conserverà sempre ugualmente un posto importante nella storia delle rivoluzioni del Mezzogiorno perché si ripartirà da questo fallimento per avviare il processo Risorgimentale e quello di modernizzazione di uno Stato libero e democratico.

Note

1 A. LERRA, Il Mezzogiorno e la Basilicata fra l’età giacobina e il Decennio francese, in “Rassegna storica lucana”, X (1990), n. 12, p. 113.

2 A. CESTARO, Il Mezzogiorno e la Basilicata fra l’età giacobina e il Decennio francese: aspetti e problemi, in “Rassegna storica lucana”, XI (1991), n. 13, p. 8.

3 A. M. RAO, La Repubblica Napoletana del 1799, in Storia del Mezzogiorno diretta da G. GALASSO-R. ROMEO, vol. IV, Il regno dagli Angioini ai Borboni, Roma, ed. Sole, 1986, p. 512.

4 Cfr. A. LERRA, Il Mezzogiorno e la Basilicata..., cit., p. 120.

5 Cfr. A. M. RAO, La Repubblica Napoletana..., cit., p. 516.

6 Cfr. A. LERRA, Alla ricerca dell’identità regionale: il ruolo della Basilicata nel 1799, in “Rassegna storica lucana”, XVII (1997), n. 25-26, p. 80.

7 Nella ricerca non è stata considerata la parrocchia di Abriola in quanto i registri parrocchiali ivi esistenti hanno il loro inizio nel 1809.

8 Cfr. G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, Loescher, 1889, v. II, pp. 213-211.

9 I comuni ivi compresi sono: Avigliano, Baragiano, Picerno, Ruoti, Tito; quelli della fascia centro meridionale sono: Potenza, Abriola, Vignola.

10 Cfr. P. VILLANI-F. VOLPE, Territorio e popolazione della Basilicata nell’età moderna, in Aa. Vv., Società e religione..., cit., pp. 436-437.

11 A fine secolo l’86% della popolazione lucana era sotto la giurisdizione feudale, facendo così della Basilicata la provincia del regno con la più alta estensione feudale. (cfr. P. VILLANI, Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, Bari Laterza, 1973, p. 199).

12 Le famiglie feudali dei paesi della diocesi erano: in Abriola i Federici, ad Avigliano i Doria, a Baragiano i Caracciolo, a Picerno i Martina, a Potenza i Loffredo, a Ruoti i Capece Minutolo, a Tito i Laviano. (cfr. L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli 1797).

13 Cfr. A. LERRA, Il 1799..., p. 121.

14 Cfr. E. CHIOSI, Andrea Serrao. Apologia e crisi del regalismo nel Settecento napoletano, Napoli, Jovene,1981, p. 239.

15 Cfr. Ivi, p. 240.

16 Cfr. G. D’ANDREA, La diocesi di Potenza tra decennio francese e restaurazione, in “Ricerche di storia sociale e religiosa” 4 (1973), p. 54.

17 A. LERRA, Chiesa e società nel Mezzogiorno. Dalla “ricettizia” del sec. XVI alla liquidazione dell’asse ecclesiastico in Basilicata, Venosa, Osanna, 1996, p. 8.

18 Cfr. G. DE ROSA, Chiesa e religione popolare nel Mezzogiorno, Roma - Bari, Laterza, 1978, p. 62.

19 G. D’ANDREA, La struttura sociale della parrocchia nelle diocesi lucane tra XVIII e XIX secolo, in Aa. Vv., Società e religione..., cit., pp. 270-271.

20 I rispettivi nomi sono: Giuseppe Mendelez (1741-1748), francescano osservante; Tommaso Sersale (1748-1749), teatino; Bonaventura Fabozzi (1749-1761), francescano; Carlo Parlati (1761-1767), oratoriano; Domenico Russo (1768-1780) e Giovanni Andrea Serrao (1783-1799). (Cfr. G. COLANGELO, Cronotassi dei vescovi di Potenza, in Aa. Vv., Società e religione..., cit., pp. 225-244).

21 Cfr. T. PEDIO, Uomini, aspirazioni e contrasti nella Basilicata del 1799. I rei di stato lucani, Matera, F.lli Montemurro, 1961, pp. 105-337.

22 Cfr. A. LERRA, Alla ricerca dell’identità regionale..., cit., p. 88.

23 Michelangelo Atella si rese già famoso nel 1788 per aver tentato di accoltellare il confratello Francesco Paolo Brienza, procuratore generale del Capitolo, per via di alcuni contrasti pecuniari (Cfr. G. MESSINA, Dove crescono il grano e la ginestra, Potenza, Zafarone e Di Bello, 1984, p. 90). Nicola Isabella, invece, ritornò a far parlare di sé nei moti del 1820 -’21 come affiliato alla carboneria di Potenza (Cfr. T. PEDIO, Radicali, moderati e conservatori durante la Repubblica Partenopea (note ed appunti sul 1799 in Basilicata), Potenza, Marchesiello 1958, pp. 29, 34-ss.).

24 G. FORTUNATO, Il 1799 in Basilicata, in Scritti varii, Firenze, Vecchi, 1900, p. 201.

25 È degno di nota, a tal proposito, l’esempio di Balvano, dove degli otto componenti della municipalità eletti dal popolo ben sei erano sacerdoti. (Cfr. ASP, Atti del notaio Placido Boezio, vol. 934, ff. 15r-16v.).

26 Cfr. A. LERRA. Alla ricerca..., cit., pp. 79-80.

27 APB, Liber confirmatorum, vol. I, a. 1755-1831, ff. 15v., 28v., 30r., 33v., 35v.: il Serrao visita Baragiano quattro volte: il 13 sett. 1783, il 19 mar. 1788, nel 1795 e il 12 mar. 1797 e fa amministrare le cresime dal vicario Vignola il 2 gen. 1798. APP, Libro dei Confermati, vol. I, a. 1770-1795, ff. 53v., 56v., 56r.,61v.: notizie di cresime impartite dal vescovo in visita pastorale.

28 Cfr. E. CHIOSI, Andrea Serrao..., cit., pp. 244-245.

29 APSM, Andrea Serrao al suo venerabile Capitolo e Clero della Città e Diocesi. Spirito di modestia e di serietà ecclesiastica.

30 Cfr. E. CHIOSI, Andrea Serrao..., cit., pp. 247-253.

31 Cfr. D. FORGES DAVANZATI, Giovanni Andrea Serrao vescovo di Potenza e lotta allo stato contro La Chiesa in Napoli nella seconda metà del Settecento, Bari, Laterza, 1937, p. 45.

32 G. A SERRAO, Compendio della Dottrina Cristiana per uso della Diocesi di Potenza, Napoli, V, 1785.

33 Cfr. E. CHIOSI, Andrea Serrao..., cit., p. 245-263.

34 Nicola Labella, chierico, Pietro Genovese, Oronzo Albanese. Hanno studiato in quel seminario i fratelli Palomba. (Cfr. T. PEDIO, Uomini, aspirazioni..., cit., pp. 105-337).

35 Cfr. M. A. DE CRISTOFARO, La Carboneria in Basilicata, Venosa, Osanna, 1991, p. 54

36 Cfr. D. FORGES DAVANZATI, Giovanni Andrea Serrao..., cit., p. 76; F. GIAMBROCONO, Considerazioni intorno alla vita e agli scritti di Mons. Andrea Serrao Vescovo di Potenza, Potenza, Favità, 1877, pp. 25-26.

37 T. PEDIO, Radicali, moderati..., cit., p. 13, n. 2.

38 R. RIVIELLO, Cronaca potentina..., cit., p. 41.

39 E. CHIOSI, Andrea Serrao..., cit., p. 329.

40 È emblematico il fatto che all’uccisione del Serrao seguì anche quella del rettore del seminario Serra di cui, come dice il Racioppi (Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 9, vol. II, p. 260), “mai fu nota la ragione di tanto cruccio contro costui, che non era della città, non votato ad ire municipali, non ricco”.